La civiltà dei morenti

La civiltà dei morenti

Stiamo pagando il conto alla nostra civiltà che non ha inteso porre rimedio né al super incremento demografico né all’uso sfrenato dei combustili fossili che sta agendo la più apocalittica devastazione ambientale.
Un conto “salato” per l’incidenza economica in termini di azioni di bonifica che l’umanità sarà chiamata ad organizzare ma anche “amaro” per la constatazione dei tanti segnali di allarme che sono depositati negli ultimi cent’anni sul corpo vivo della natura e sui quali l’uomo non ha posto la dovuta attenzione.

Negli ultimi cinquant’anni, per esempio, si stima che siano scomparse trecentomila specie; nel giro dei prossimi cent’anni andranno perduti i due terzi delle specie ormai a rischio di estinzione, un rischio irreversibile per irresponsabile “slealtà” del nostro modello di sviluppo che, pur riconoscendo l’importanza della bio-diversità, non mette in pratica le scelte per garantirla.

In ecologia si parla, ormai, di “punto omega” – di punto critico, per allertare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che le interconnessioni tra le varie nicchie ecologiche del pianeta sono così indebolite da compromettervi la sopravvivenza degli uomini.
Le emigrazioni non sono determinate dalla ricerca di migliori condizioni di vita, ma dal fatto che dai luoghi da cui si scappa, non è più possibile la vita. E già in alcune aree di confine del nostro mondo industriale si registrano fenomeni di desertificazione per eccessivo uso di pesticidi o di acque di salmastre per l’agricoltura.

L’uomo, dunque, è davvero il cancro della terra come da tempo viene sostenendo Cioran. 
A fronte di tali inquietanti segnali ha senso sperare in un progetto di civiltà – quale che sia?
E se ci troviamo in una situazione di emergenza, quanto sarà lunga una tale condizione che può dissipare le energie con cui l’uomo invece potrebbe reagire a questo prefigurarsi di una possibile fine del mondo?

Intanto il riscaldamento globale sta producendo impatti rapidi e tremendi su una civiltà che aveva costruito una rappresentazione del migliore dei mondi possibili, trovandosi invece a prendere atto della recrudescenza di taluni fenomeni patologici che credeva di esserci lasciato alle spalle.

Si pensi, per esempio, alla scoperta della penicillina e degli antibiotici con cui l’umanità aveva avuto il sopravvento su antiche malattie che l’avevano flagellata.
Dimenticando, però, che lo stesso Alexander Fleming aveva ammonito che l’abuso di antibiotici avrebbe potuto generare ceppi di batteri resistenti a quei farmaci.
E, puntualmente, sono ricomparsi con minacciosi effetti i vecchi ceppi di malattie come la tubercolosi e lo stafilococco, per non dire dell’AIDS che rappresenta una minaccia crescente che rischia di causare una estinzione di massa nell’Africa Sub-sahariana, mentre l’infezione sta marciando irresistibilmente verso l’India e la Cina.
Come a dire che c’è un rischio di diminuzione della bio-diversità che potrebbe compromettere non già l’evoluzione ma la conservazione dell’umanità.

E mentre tutto ciò accade raccontato dai dati elaborati dall’OMS e da altre agenzie che se ne occupano, il mondo dell’economia continua con le rassicuranti prospettive di una globalizzazione salvifica e redentrice.
Il problema è che l’economia globale non è mai stata presentata come un’istituzione permanente, quanto piuttosto come un insieme di circostanze temporanee caratteristiche e specifiche di un certo periodo.
Il problema è sempre storico, nel senso che ogni problema dev’essere visto in una prospettiva storica con la quale soltanto possiamo formularne una qualche rappresentazione critica.

Il meccanismo che ha reso possibile una visione globale dell’economia è stato un sistema di ripartizione del mercato petrolifero in scala internazionale che ha operato in un periodo di relativa pace mondiale.
L’economia ha così sfruttato il basso costo del petrolio e la possibilità di mettere in moto degli impianti nelle zone povere del pianeta al fine di utilizzare la manodopera locale a costi talmente bassi da consentire una competitività che ha abbracciato i costi e allargato i consumi. Il petrolio a basso costo ha consentito di produrre elettricità in ogni parte del pianeta, costringendo la trasformazione forzata dei profili ecologici delle popolazioni locali in bisogni e comportamenti tecnologici, così da costringerli a diventare per un verso forzatamente “coerenti” con la cultura occidentale e per altro verso a condividere la responsabilità di inquinamento del pianeta nella misura in cui ne veniva diminuendo e compromettendo la capacità di carico.

Le stesse navi che portavano in giro il petrolio (spesso inquinando e compromettendo taluni sistemi ecologici), riportavano dalla periferia povera i prodotti utili all’economia del centro utilizzando un sistema altamente razionalizzato che ha mostrato di non aver nessun rispetto per la natura che è risultata sempre più piegata ai suoi schemi illogici.

L’idea annunciata era che tale sistema sarebbe andato a beneficio di tutti. Negli ultimi trent’anni sono state allentate le barriere commerciali e l’Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio (GATT) ha in effetti utilizzato proprio la rigida discesa dei prezzi del petrolio verificatosi per il fatto che dopo la crisi degli anni ’70 si era passati ad una frenetica attività di trivellazione e di estrazione da produrre una tale eccellenza di petrolio da far perdurare il suo basso costo giusto nel trentennio in cui ha preso corpo la cultura della globalizzazione.

Quando negli anni ’70 alcuni scienziati allertarono la coscienza pubblica sul fatto che la disponibilità del petrolio poteva essere garantita al massimo per i successivi trent’anni, l’economia dei paesi industriali avanzati reagì sostenendo che ci fosse invece una tale sovrabbondanza di petrolio da poter garantire uno sviluppo addirittura illimitato.

Una reazione sconsiderata, visto che furono le trivellazioni del Mare del Nord e dell’Alaska che permisero all’economia occidentale di poter contare su un prezzo contenuto del petrolio tale da consentire di elaborare una cultura della globalizzazione.
Una cultura doppiamente a rischio, visto che comunque il mondo sta andando verso l’esaurimento dei combustibili fossili e preso atto che un tale modello, ancorché basato su uno squilibrio, di fatto concorre ulteriormente ad aggravarlo, con tutto ciò che ne consegue in termini di democrazia e di pace planetaria.

Si può dunque affermare che la globalizzazione è risultata una volgare menzogna del mondo occidentale, agita non solo ai danni del Terzo e Quarto Mondo ma anche ai danni della natura e dunque di tutta l’umanità.
Anche molti intellettuali dell’occidente si sono prestati a sostenere questa “ideologia”, convinti così di far passare l’ipotesi che lo sviluppo e l’ottimismo col quale lo si è sostenuto potesse davvero ed esclusivamente difendere della potenza delle loro idee, della loro scienza, delle loro strategie economiche.

E, che dire, poi, che l’economia transitando dalle fabbriche alle Borse Valore ha messo in pericolo la sua stessa sussistenza non riconoscendo i valori per i quali si era costituita come scienza morale.
L’investimento non è più la creazione di un’impresa, la sua gestione, la ricerca di sinergie col territorio e col mercato, ma giusto un gioco di scambi speculativi compiuti da finanzieri che nulla hanno a che fare con la produzione di beni, né con la loro distribuzione, operando il ben noto, ormai, gioco politico delle sedie da occupare per la gestione del potere.

Una finanza, insomma, che ha assunto le caratteristiche di un racket piramidale internazionale, i cui profitti sono destinato a trasformarsi in costi trasmessi alle generazioni future sotto forma di capitali sperperati e di un ridotto tenore di vita (James Howard Kunsver).
L’etica ecologica è l’ultima spiaggia, l’ultima possibilità perché gli uomini di buona volontà possano concorrere alla salvezza del pianeta e alle possibilità di procrastinare le condizioni per la vita tout court, quella biologica delle creature del mondo vegetale e animale e quella dell’intera umanità.  

Prof. Giuseppe Giovanni Orsi