Quale futuro? Il presente vivente
A cura di Francesca Violi
Psicologa Psicoterapeuta Ecobiopsicologia
Una domanda che ha necessità di una risposta complessa, ossia una risposta che tenga insieme molti aspetti dell’umano, tra i quali il tema del tempo, che come direbbe Sant’Agostino:
Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so.” (Sant’Agostino, Confessioni)
La parola futuro deriva dal latino futūrus, participio futuro del verbo sum (io sono), a sua volta derivato dalla radice dell’antico verbo fuo (“essere”, “nascere”, “diventare”). Letteralmente significa “ciò che sta per essere“, indicando un tempo che non esiste ancora ma che è in divenire.
Sinonimo di Futuro è la parola “avvenire” che deriva dal latino advenire, composto da ad– (verso, avvicinamento) e venire (giungere), col significato letterale di “giungere a”, “sopraggiungere”. Il termine indica il tempo che sta per arrivare (futuro), inteso come qualcosa che “viene verso di noi”, “accade” o “succede”.
Il tempo futuro dunque è divenire, va oltre noi e nello stesso tempo viene verso di noi, viene da noi, nell’eterno ciclo di costruzione dell’unico vero tempo che esiste, cioè il presente.
Ci dice Coelho: “Io non vivo né nel mio passato, né nel mio futuro. Possiedo soltanto il presente, ed è il presente che mi interessa. Se riuscirai a mantenerti sempre nel presente, sarai un uomo felice, la vita sarà una festa, un grande banchetto, perché è sempre e soltanto il momento che stiamo vivendo” (Paulo Coelho, L’Alchimista)
Il tempo quindi sia esso passato del presente, futuro del presente o presente del presente, ossia il qui e ora, l’hic et nunc, è un tempo che è percepito, è percezione del momento in cui siamo, è percezione legata alla nostra storia, al nostro contesto, al nostro vissuto.
Così come ci racconta Cesare Pavese: “L’ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L’operosità, rapide le ore e lenti gli anni. L’infanzia è la massima operosità perché occupata a scoprire il mondo e svelarselo. Gli anni diventano lunghi nel ricordo, se ripensandoci troviamo in essi molti fatti da distendervi la fantasia. Per questo l’infanzia appare lunghissima. Probabilmente ogni epoca della vita si moltiplica nelle successive riflessioni delle altre: la più corta è la vecchiaia perché non sarà più ripensata.” (Cesare Pavese, Diario del 1938)
O con altre parole Eugenio Borgna: “Non si misura il tempo interiore, il tempo vissuto, (…) Il tempo vissuto cambia di situazione in situazione, di stato d’animo in stato d’animo, perché ogni stato d’animo, ogni emozione, si accompagna ad una diversa esperienza del tempo. (Eugenio Borgna, Il tempo e la vita)
Il tempo presente è il tempo vivente, esso contiene in se stesso sia il passato sia il futuro e, al contempo, non è né passato né futuro.
Il tempo vivente dunque è legato allo stato della nostra coscienza che si presentifica e varia allo scorrere delle esperienze, degli incontri, degli eventi che si susseguono dentro e fuori di noi. Possiamo dunque proiettare in avanti immagini diverse e scenari diversi a seconda del nostro stato interiore e della nostra storia, biografia, cultura, appartenenza geografica, etc… Il futuro e la nostra immagine di futuro si co-creano nella sinergia tra il fluire della vita, la nostra coscienza e il mondo esterno, l’ambiente che viviamo, la storia e le esperienze che ci hanno resi ciò che siamo e continuamente ci modifica nel nostro divenire vivente.
Per accettare la realtà e viverla per come ci si presenta e per come si muove la vita, è necessario un pensiero sistemico-complesso che come ci racconta Morin, tenga compresenti e in dialogica gli opposti, accettandone la coesistenza, un pensiero che rifletta a lungo su ciò che siamo e ciò che esiste, per comprenderlo nel suo divenire spiralidico.
“L’avvenire radioso conduce alla morte. La strada del divenire è aperta.”
Morin, La vita della vita.
Morin dice che il disordine è una nuova occasione per esplorarsi dentro, comprendendo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Esplorarsi dentro in termini junghiani significa confrontarsi ed entrare in dialogo con la propria parte Ombra.
Lo scenario che stiamo vivendo oggi, è uno scenario che ci dà grande opportunità di esplorare la triade individuo-società-specie nelle sue radici più profonde, permettendoci di vivere il futuro come metamorfosi, come un’eterna “transizione di fase”, recuperando nel movimento presente e vivente, l’unica forma di equilibrio. Movimento che sia di reliance, e non solo meta-cognitivo, di spinta profonda, calore umano, scintilla che dà la vita.
C. G. Jung nel libro Presente e Futuro (Gegenwart und Zukunft in tedesco, Present et Avenir in francese), saggio politico e sociale scritto nel pieno della Guerra Fredda, ribadisce che l’unica difesa contro la propaganda e l’oppressione è la conoscenza di Sé (Selbsterkenntnis). In questo libro Jung apre con una domanda e scrive (p. 3): “La domanda: che cosa ci porterà il futuro? Ha sempre pre occupato gli uomini, ma non sempre nella stessa misura.” Jung critica sia la Scienza, che se usata statisticamente ignora l’unicità dell’essere umano, che non fa “media”, sia la Religione che, se è adesione a dei dogmi, diventa esperienza esterna, senza che avvenga un’esperienza individuale profonda della stessa. Conclude dicendo che il destino dell’umanità non si decide nelle grandi istituzioni, ma nella mente di ogni singolo individuo.
La psiche intesa come totalità dinamica e complessa, composta di conscio e inconscio, e il recupero del contatto con essa, è importante ai fini della metamorfosi. La sopravvivenza psichica futura dipende dalla capacità di guardare dentro di sé, all’inconscio, nel continuo sforzo verso l’autoconoscenza. Verso le ultime pagine del libro (p. 80) scrive: “Lo sforzo verso l’autoconoscenza non è mai vano anche perché esiste un fattore che è stato sinora fondamentalmente trascurato: l’inconscio spirito del tempo, che compensa la presa di posizione della coscienza e anticipa quasi per presentimento le modificazioni future.”
Il presente diventa allora un momento cruciale, un “tempo di transizione” carico di paure ma anche di potenzialità, in cui l’uomo deve cercare di rimanere centrato, di farsi domande ed esplorare le profondità di ciò che vive, cercare un ascolto dentro di sé, grazie anche al disordine storico esistente, nel processo di opposizione e complementarietà dentro-fuori.
Jung profetizza, in questo testo, che i pericoli del futuro non sono di natura fisica (come guerre tradizionali), ma di natura psichica, ossia la perdita di senso.
La perdita di senso come unica vera malattia per noi umani, dotati di autocoscienza.
Un appello controtendenza e nuovo, quello di Jung – in linea con lo sguardo complesso di Morin che ci esorta a riflettere su ciò che sappiamo da un lato e di aprirci al dialogo con l’irrazionalizzabile dall’altro – che dichiara che non servono nuove leggi o nuove armi, ma un ritorno all’individuo e alla sua integrità spirituale che passa necessariamente da un confronto con le proprie parti più profonde, affinchè possa nascere un nuovo sguardo di sé e della realtà, un nuovo pensiero, una nuova immagine dell’uomo e del mondo e così di conseguenza nuove azioni.
Un tempo dunque per conoscere, vivere e accordare le polarità dentro di noi (dialogica). Un tempo per esplorare nelle nostre profondità il senso dell’esistenza umana, un tempo per recuperare le radici radicate nell’inconscio collettivo e negli archetipi, nella noosfera e nella biosfera, un tempo per riconoscere l’inseparabilità di individuo-società-specie (umanità).
Quale Futuro?
Iniziare da oggi a guardare dentro di noi, nel nostro essere nel mondo, nelle Ombre personali e collettive, attraverso lo sguardo del pensiero complesso. Un presente di impegno e di ricerca verso un dialogo col Sé e con l’irrazionalizzabile, figlio della comprensione che i livelli di esistenza individuo-società-specie, sono interrelati tanto quanto corpo – psiche – spirito e che partendo da un vertice si lavora in sinergia anche sugli altri.
“Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”, dice C. G. Jung
E ci ricorda Morin: “Niente è sicuro, nemmeno il peggio.”
Sarà l’Homo, che da Sapiens, diventerà Symbolicus, nel costante sforzo di autoconoscenza la nostra possibilità di esistere e vivere nuovi mondi?
Bibliografia
Paulo Coelho, L’alchimista, La nave di Teseo, 1988
Carl Gustav Jung, Présent et avenir. Buchet/Chastel, 1962
Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, Feltrinelli, 2016
Qohélet o l’Ecclesiaste, (A cura di G. Ceronetti), Giulio Enaudi Ed., 1997
Edgar Morin, Identità umana. Raffaello Cortina, 2001
Edgar Morin, La vita della vita. Raffaello Cortina, 1980
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Diari 1938 – 1950
Sant’Agostino, Confessioni, 397 e il 400 d.C
