Attualità della complessità: intervista a Valerio Eletti

Attualità della complessità: intervista a Valerio Eletti

Attualità della complessità: intervista a Valerio Eletti

Valerio Eletti

Presidente e fondatore del Complexity Education Project

Roma, 10 Aprile 2022

Valerio Eletti, presidente e fondatore del “Complexity Education Project”, collabora fin dal 2011 all’organizzazione del Festival della Complessità. In questa intervista racconta come ha scoperto la complessità, perché se ne è occupato sistematicamente negli ultimi vent’anni e perché il pensiero complesso dovrebbe interessare tutte le persone. Con specifiche prospettive per il Festival della Complessità.

Quando e come hai scoperto la complessità?

Parliamo di una ventina di anni fa, quando ero direttore editoriale di “Sfera”, una società del gruppo Enel che progettava, realizzava ed erogava corsi sia in presenza che a distanza, in digitale (all’epoca si chiamava FaD, ovvero “Formazione a Distanza”).

All’inizio degli anni Duemila, quando avevamo ormai in catalogo più di seicento corsi interattivi e multimediali in digitale, mi trovai ad affrontare il problema di realizzare dei videogame educativi, in cui l’utente veniva immerso in situazioni realistiche e doveva trovare soluzioni per i problemi legati a risk management, assunzione di responsabilità e in genere soft skills.

Le simulazioni più avanzate all’epoca erano basate su alberi decisionali o tabelle per la gestione delle risposte agli scenari e agli accadimenti; simulazioni molto coinvolgenti e accattivanti, ma che avevano il difetto che, una volta giocate, ripetevano sempre lo stesso schema di risposta. 

Per superare il limite della mancanza di flessibilità mi rivolsi a un esperto di reti neurali, Bruno Ronsivalle, con cui mettemmo a punto una serie di simulazioni basate su scelte probabilistiche del percorso formativo (oggi parleremmo di algoritmi basati su intelligenza artificiale, data driven). Fu così che mi si spalancò davanti agli occhi il territorio sorprendente – e ricco di interpretazioni – delle reti e dei sistemi complessi. E l’approfondimento della complessità e del pensiero complesso divenne l’obiettivo dei miei interessi, dei miei studi e delle mie ricerche. Anche perché nello stesso periodo un amico entomologo, studioso dei comportamenti delle api, Francesco Nazzi, mi consigliò un libro che si rivelò illuminante: “Complessità, uomini e idee tra ordine e caos”, di M. M. Waldrop (qui un’ampia e dettagliata recensione).

Poi a stretto giro vennero i libri di Gandolfi e di Cravera, di Simoncini e De Simone, di De Toni, di Bocchi e Ceruti…  e poi in ordine sparso i libri dei protagonisti internazionali, come Kelly, Gell-Mann, Barrow, Maturana e Varela, Bateson, Morin, Minsky, Taleb, Kauffman.

Perché ti sei tanto interessato dei sistemi complessi?

Perché? Forse perché nella mia formazione coesistono da sempre gli studi (e le attività) relativi alla fisica e alla tecnologia, con quelli relativi all’arte e con quelli relativi alla comunicazione: un mix di discipline che stridevano spesso nel mio approccio alle cose e alle situazioni prima di incontrare il paradigma complesso, inclusivo e rizomatico, basato appunto sui concetti, i principi e le proprietà delle reti e dei sistemi complessi.

La cosa più impegnativa per me è stato cercare di capire come si potesse applicare il pensiero complesso partendo da una base tipicamente causale e deterministica come è la fisica (e mi riferisco in particolare non alla duttile meccanica quantistica, ma alla fisica classica, oggetto delle mie attività quando da giovanissimo lavoravo in un centro di ricerca su metallurgia, analisi spettroscopica e microscopia elettronica). La nuova consapevolezza dell’esistenza di una visione così articolata della realtà, in particolare per quanto riguarda tutto ciò che è vivente e sociale, mi ha quindi portato a profonde riflessioni sul come e quando applicare un approccio sistemico, invece della più tranquillizzante linearità di un pensiero basato su processi di causa-effetto. E in concreto, agli inizi del Duemila, mi ha fatto lavorare sulla costruzione di percorsi formativi realizzati con l’ausilio di simulazioni sviluppate sulla base di reti neurali artificiali, addestrate con gradi masse di dati: le “Lab Sim” (simulazioni in cui il discente agisce su oggetti digitali come se si trovasse in un laboratorio) e le “Tale Sim” (in cui il discente si trova immerso in un ambiente e in una vicenda su cui può influire prendendo decisioni). Fino ad arrivare, nel 2008, alla fondazione presso il centro Label Cattid dell’Università Sapienza di Roma, del Complexity Education Project, un gruppo di ricerca e di formazione sul pensiero complesso, che ora continua il suo lavoro in maniera indipendente.

Un piccolo post scriptum: in realtà, senza esserne consapevole, mi ero già appoggiato alle proprietà emergenti delle reti complesse negli anni tra i Settanta e gli Ottanta del Novecento, quando realizzavo le mie illustrazioni per articoli della Repubblica, dell’Espresso o di Panorama, riprendendo e mettendo in risonanza immagini tratte dalla storia dell’arte di epoche e culture lontanissime tra loro: una tecnica di contrapposizione e sintonia che creava nuovo senso non grazie all’invenzione ed esecuzione di nuove immagini, ma rendendo complessa la composizione di immagini datate e ridisegnate (qui si può trovare qualche esempio).

Perché pensi che la diffusione di una cultura complessa abbia una qualche utilità e per chi?

Abbiamo tutti bisogno di sviluppare percezioni, analisi e decisioni complesse, in un mondo che inesorabilmente diventa sempre più interconnesso: un mondo in cui nessun fenomeno e nessuno scenario può essere isolato e analizzato basandoci solo su logiche lineari. Diciamo di più: le semplificazioni, che decontestualizzano i fenomeni e creano le illusioni tipiche delle tifoserie, sono responsabili di disastri epocali, perché non rappresentano la realtà.

Senza pensare poi alla ulteriore complessificazione portata dalla diffusione delle reti digitali, con la loro onnipresenza, la loro spaventosa velocità, i volumi impensabili di dati, la potenza della memetica, la diffusione di post-verità…

Che programmi e ambizioni avete come Festival per i prossimi anni? Come immagini evolverà l’iniziativa?

Il Festival della complessità per suo carattere, fin dall’inizio, è complesso e adattativo: nato nel 2010 come manifestazione locale nella cittadina di Tarquinia, si è spostato di sede negli anni successivi per cercare sempre l’ambiente più sensibile e adatto. Poi, cinque anni dopo, viste le difficoltà a convivere con le strutture pubbliche che ospitavano via via la manifestazione, il Festival ha cambiato livrea ed è diventato reticolare, auto-organizzato, bottom-up. Che significa? Che Fulvio Forino, il fondatore del Festival, ha coinvolto i vecchi partner e i vecchi relatori proponendo a ciascuno di loro di organizzare eventi locali nella propria città; e così da allora il Festival si diffonde per due mesi ogni anno in decine di territori diversi.

Poi è arrivato il Covid, che ci ha costretti tutti a casa; e il Festival ancora una volta si è adattato alla nuova situazione ed è sbarcato in rete, on line, con incontri sempre affollati, tutti a distanza.

E oggi? In questo 2022 il Festival gioca ancora la carta dell’adattamento e affianca eventi fisici nelle decine di città aderenti a incontri diffusi in rete con i grandi protagonisti degli studi e delle applicazioni delle reti e dei sistemi complessi.

Che cosa ci porterà poi il futuro non lo sappiamo, ma sappiamo che un sistema complesso sa adattarsi agli imprevisti. E il Festival lo farà.

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