Complessità di una transizione epocale

Complessità di una transizione epocale

una transizione epocale | Festival della Complessità

Complessità di una transizione epocale

Editoriale

Una transizione epocale?

Questa è una delle domande cui l’edizione 2022 del Festival della Complessità tenterà di dare risposta. Sono molte e sempre più numerose le percezioni di fatti e fenomeni inediti e d’impatto che colpiscono le nostre forme di vita associata. Seguendo le principali categorie usate negli studi sullo stato del pianeta umano e sul suo futuro, si contano diversi fenomeni complessi tra loro intrecciati, con forti effetti farfalla sistemici che danno l’impressione trovarci proiettati in una fase storica inedita. Ciò si è reso manifesto nel conflitto russo-ucraino le cui conseguenze per gli assetti ordinativi planetari sono la tipica soglia che segna un prima ed un dopo, per quanto ancora non chiaro.

Se effettivamente di transizione si tratta, da cosa a cosa stiamo transitando? Quanto, sia nello spazio, sia nel tempo, questa transizione è profonda? Chi e cosa riguarda?

Ipotizzare che siano capitati in una transizione storica dovrebbe in primis rispondere alla domanda dell’origine: perché? Che cosa sta facendo transitare le nostre società e i nostri modi di vivere da un prima a un dopo?

Qualche dato concreto

Dati solidi sembrano confermare l’impressione che l’intero mondo umano sia effettivamente entrato in una transizione epocale, la prima che, a partire da settanta anni fa, riguarda simultaneamente l’intero pianeta. In questi settanta anni, un periodo storico assai breve, l’umanità ha triplicato i suoi effettivi, da 2,5 a più di 7,5 miliardi di persone, da circa sessanta a più di duecento stati. Il pianeta umano è sicuramente più denso ed è diventato “affollato” in un tempo storico relativamente breve. Questa “grande inflazione” della popolazione umana (usando il termine nel suo significato cosmologico: una espansione esponenziale in breve tempo) sta cambiando il mondo e tutte le nostre forme di vita associata. L’inflazione demografica ha cambiato e cambierà sempre più i pesi tra le civiltà, destinata com’è a portarci in un solo secolo a quadruplicarci e alla soglia dei dieci miliardi di umani al 2050, mentre oggi la nostra civiltà, quella occidentale, ha già perso più o meno la metà del suo peso percentuale totale in favore di Asia e soprattutto Africa. Oggi, in termini quantitativi, la sola Asia “pesa” quattro volte l’intero Occidente.

In termini qualitativi, più o meno tutto il mondo oggi utilizza le chiavi del funzionamento moderno dell’economia (scienza, tecnica, mercati e capitale). Parimenti, sono molto aumentate le interrelazioni. Già prima della più recente “globalizzazione”, i volumi degli scambi commerciali dal 1950 al 1973 si erano incrementati di sette volte. Negli anni successivi, lo sviluppo dei mezzi di trasporto a medio-lungo raggio e la diffusione delle reti di comunicazioni, in primo luogo Internet, hanno fatto esplodere lo scambio di merci e capitali. Si è generato un meta-mercato mondiale che fin dal 1994 si è provato di de-regolamentare creando istituzioni globali come l’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO). La transizione demografica si è così accompagnata a una profonda transizione economica. Infatti, se dopo trenta anni di globalizzazione possiamo osservare una relativa diminuzione della povertà estrema nel mondo non occidentale (soprattutto in Cina), nel nostro sistema occidentale si sono manifestate crescenti diseguaglianze, dato che i vantaggi della svolta economica globale nell’Occidente ha premiato più i detentori di capitale che non i produttori.

Il modo economico moderno usa fonti energetiche inquinanti e non rinnovabili, trasforma materie in merci, produce scarti generati sia dai processi produttivi sia da un numero crescente di consumatori, così che, di pari passo, è aumentato in un tempo estremamente breve l’impatto, l’impronta ecologica, del genere umano sugli equilibri naturali.

La transizione demografica e quella economica hanno così prodotto una transizione ambientale e una transizione climatica tra loro interagenti, in un inarrestabile circolo vizioso in cui una è causata dall’altra e dell’altra è causante.

Uno sguardo alla geopolitica

Tutto ciò ha portato, o riportato, in primo piano le metriche della competizione geopolitica tra gli Stati in cui è ripartita l’umanità. Gli Stati, infatti, sono sistemi complessi adattativi, tra loro sempre in competizione, impegnati come sono in una continua ricerca di risorse naturali, spazi, mercati, egemonie. Da una prima fase di “competizione fredda” seguita alla Seconda guerra mondiale (terminata con il dissolvimento di uno dei due contendenti, l’Unione Sovietica) siamo velocemente transitati, e stiamo ancora transitando, verso un più complesso e dinamico mondo multipolare in cui si confrontano e si stratificano non più solo grandi potenze economiche e militari, ma anche potenze medie e regionali.

Lungo questo percorso, si è incontrato un nodo che condensa in sé molte delle contraddizioni di questo processo: la guerra in Ucraina.

Così ci troviamo ad aggiungere alla transizione demografica, economica, ecologica e climatica, anche quella geopolitica; tutte tra loro intrecciate.

E uno sguardo alle tecnologie

La tecnica, da sempre, trasforma gli sviluppi della scienza in prodotti e servizi utili allo sviluppo economico. Oggi è arrivata a produrre la nuova geografia delle reti (internet), del digitale, della meccanica e dell’elettronica e punta a nuovi sviluppi nelle nanotecnologie, nella biologia, nell’informazione (big data e algoritmi) e soprattutto nell’inquietante area delle scienze cognitive e delle nostre facoltà mentali che sono l’essenza stessa dell’ominazione. Siamo una specie relativamente sottodotata in senso naturale e del tutto a-specializzata. Il genere umano ha colonizzato ogni ambiente terrestre, è arrivato a dominare la piramide alimentare grazie alle sue “facoltà mentali”, ma, proprio queste sue facoltà, paradossalmente, oggi la espongono a un assalto tecno-scientifico da valutare con grande attenzione. Alle altre, quindi, dobbiamo aggiungere anche una potente transizione tecno-scientifica.

Una visione macro-sistemica

Naturalmente, a chi condivide una cultura della complessità, leggere questi fatti e fenomeni come intrecciati tra loro, ovvero capaci di generare feedback incrociati e non lineari tra sistemi integrati e tra loro interagenti, non sfugge la natura macro-sistemica di questo potente movimento storico. Le tante transizioni richiamate e i fattori che le hanno determinate di solito sono oggetto di analisi settoriali, mentre nella realtà del nostro pianeta sono tutti collegate e interagenti.

Una lettura “complessa” del mondo, allora, consiste anche nello sviluppare trame di riflessioni intrecciate, superando la coltivazione in discipline separate e non comunicanti.

Tutti questi sommovimenti, alla fine arrivano alle nostre società, alle nostre forme di vita associata. Qui, in Occidente, accanto al sempre più pronunciato invecchiamento delle popolazioni, emergono fenomeni sempre meno prevedibili e sempre più problematici. Dalla Brexit a Trump, dall’ascesa cinese alla crisi della democrazia liberale, dalla crisi del liberismo mercantile all’assenza di un nuovo modello di società e di sviluppo, dall’apparente inarrestabile acuirsi di vari tipi di diseguaglianze alle problematiche delle migrazioni, dall’erosione della coesione sociale alla pandemia con i suoi drammatici effetti non solo biologico-sanitari, ma anche sociali, psicologici, culturali e, non ultimi, economici.

Che fare?

In termini adattativi, la profonda transizione leggibile in tutti i principali campi di analisi sembra porci un problema di fondo. Per non trovarci spiazzati di fronte a un mondo in profondo cambiamento come cambiare le tante modalità della vita associata e l’organizzazione della nostra conoscenza, che è la nostra arma adattativa principale?

Cercare di rispondere a questa domanda pone di fronte a un problema generato dalla potente inflazione di complessità che domina la scena.

Siamo infatti di fronte a un inestricabile intreccio di fattori demografici, economici, ecologici, climatici, geopolitici, tecno–scientifici, da cui sta emergendo una transizione-mondo non episodica, ma globale ed epocale, a cui i nostri modi di pensare, essere e agire, dominati dal pensiero lineare, determinista e riduzionista, separato in sguardi disciplinati che non si incrociano mai, fanno fatica a adeguarsi.

Dobbiamo prenderne atto: abbiamo reso il mondo sempre più “cum-plexus” ed è dunque quanto mai importante riflettere in termini di complessità e di sistemi complessi, così da trovare le domande giuste da cui partire per trovare la soluzione ai problemi che ci troviamo a fronteggiare. C’è un problema però: dobbiamo porci le domande giuste, dato che domande sbagliate producono solo risposte sbagliate che non ci aiuteranno a navigare nel mare agitato di questa transizione che, forse, non solo ci sembra, ma è effettivamente “epocale”.