Disaster Management e Complessità

Disaster Management e Complessità

Disaster Management & Complessità

AssoDima al Festival della Complessità

di Giancarlo Manfredi

«Dis- ha infine il valore di capovolgimento. Con quel prefisso, il piacere diventa dispiacere. Il degno si trasforma in disdegno. Facendo tintinnare il dis-, puoi giocare a trasformare la soluzione in dissolutezza. Puoi partire da un astro e arrivare a un disastro. Già, pensaci bene: il disastro è un astro capovolto. » (Enrico Cerni)

Abstract

“Viviamo immersi nella complessità e comprendere la complessità stimola la ricerca di soluzioni spontanee, inedite.”

Perché candidare un evento AssoDima al Festival della Complessità?

Un primo, immediato, motivo lo possiamo trovare nel fatto che, in un mondo dove “i concetti di complessità e di sistema stanno aprendo la strada a nuove concezioni della vita e della realtà”, la mission dell’Associazione Nazionale dei Disaster Manager è proprio quella di voler “rappresentare l’ambiente intellettuale che accoglie i dibattiti tecnico-scientifici sulle diverse aree problematiche”.

In seconda istanza stiamo parlando di un Festival (diffuso e a chilometri zero) la cui finalità è quella di “mobilitare e valorizzare un patrimonio capillarmente diffuso di creatività e di risorse civili, scientifiche e culturali centrate sul pensiero complesso e sull’approccio sistemico” e AssoDima riporta nel suo statuto la precisa volontà di “effettuare studi, ricerche, iniziative ed interventi intesi a promuovere e valorizzare le professionalità di chi attua la sua attività professionale nell’ambito della protezione civile”.

Ma forse il punto cardine del discorso è che, se siamo diventati consapevoli di come “la complessità dello stato delle cose” stia assumendo un sempre maggiore rilievo nel dominio applicativo della Protezione Civile, il mondo della politica, della comunicazione mass-mediale e della società nel suo complesso sembrano ancora oggi ignorare tale condizione, con evidenti (e a volte drammatiche) conseguenze.

Raccontare le esperienze professionali diventa allora, non solo sfoggio di conoscenza, ma dovere civico.

Introduzione

«L’analisi dei rischi concomitanti e degli effetti a cascata è sempre più necessaria per impostare strategie di prevenzione e piani di emergenza»

(Mauro Dolce, Direttore Generale presso il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile)

Per chi si occupa di sistemi complessi, il termine emergenza assume un significato del tutto differente dalla stessa parola quando utilizzata negli scenari propri della Protezione Civile: è l’emersione di un pattern lungo tutta la frontiera del caos.

Dal punto di vista semantico non è quindi equivalente alla condizione propria degli scenari di soccorso tecnico dove la domanda di aiuto, a seguito di un evento calamitoso, non è pari all’offerta di assistenza. L’idea di complessità si presta tuttavia ad essere un buon modello, per comprendere come (inter)agiscono le calamità e come debba essere (ri)pensati i piani di intervento per non vanificare le capacità di risposta.

Una definizione del termine Emergenza Complessa

«Il valore della pianificazione diminuisce con la complessità dello stato delle cose»

(attribuito a Cesare Augusto Ottaviano)

Ufficialmente la definizione del termine emergenza complessa risale al 1991, ed è impiegato per la prima volta al fine di definire la situazione del Mozambico, all’epoca nazione devastata da una guerra civile trentennale, colpita contemporaneamente da una delle più gravi siccità dell’Africa australe.

La complessità attribuita a simili tipologie di scenario deriva quindi dall’occorrenza contemporanea di calamità naturali e di origine antropica, oltre che da un “radicale cambiamento degli assetti e delle responsabilità degli operatori umanitari sul terreno […] essendo i governi in carica incapaci a far fronte alle loro responsabilità istituzionali“.

I parametri che identificano tale quadro sono così collegati alla presenza di una conflittualità diffusa (a vari livelli di intensità) su tutto il territorio interessato dall’evento, con una contestuale vacanza di un controllo centrale, con il crollo dei sistemi di base civili (oltre che dell’economia nazionale) e con una serie di “pattern di mortalità”, in relazione a rischi specifici (siccità, uragani, tsunami, vulcani, alluvioni, terremoti, epidemie, etc…)e alla violenza dei belligeranti e del terrorismo.

Se, date queste premesse, i ruoli legali ed operativi (il potenziale ed i limiti di intervento) dei diversi attori sono stati nel tempo (e in teoria) codificati, il concetto di complessità delle emergenze differisce tuttavia da quanto esposto, introducendo, in un contesto di intervento già “difficile” per le condizioni “ambientali”, l’intuizione che per portare con efficacia gli aiuti umanitari (dall’intervento di primo soccorso alla costruzione dei campi di accoglienza, dal ripristino dei servizi di base, al flusso di forniture alimentari, alla sicurezza, etc…) sia necessaria la consapevolezza che ogni specifico elemento, ogni tessera di questo enorme mosaico, interagisce con l’intero sistema, determinando imprevedibili e continue condizioni di variabilità e di incertezza previsionale.

Pensiamo solo al sisma di Haiti del 2010, avvenuto in un pregresso storico di estrema fragilità per crisi economiche e politiche, per la deforestazione (a sua volta causa di frane epocali) e la pessima gestione del territorio, per l’esposizione ad altri eventi calamitosi rilevanti come gli uragani, laddove persino l’intervento dei soccorritori è stato causa di una epidemia di colera e di movimenti di sollevazione popolare.

Per tale motivo, oggi, assistiamo ad una evoluzione del concetto di emergenza complessa (che non richiede necessariamente uno stato di conflittualità), determinata non solo in base all’intensità, all’estensione e alla durata di un singolo evento scatenante, ma dalla concomitanza di più eventi critici (il concetto di multi-rischio) in grado di determinare il crollo in sequenza di tutti sistemi che garantiscono le condizioni limite dell’emergenza e degli stessi interventi emergenziali quando basati su di una pianificazione che persegue la stessa identica risposta a differenti necessità di scenario, ovvero “non adattativa” e che non sa integrare una visione multidisciplinare con un’ottica a lungo termine e ampio orizzonte.

Quattro concetti di base

«Le cose sono unite da legami invisibili, non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella»

(Francis Thompson)

I quattro concetti di base (ripresi direttamente dalla Teoria dei sistemi complessi), in grado di aiutarci a dare un senso a scenari imprevisti (e a modificare il nostro atteggiamento verso tutti quegli eventi emergenziali che sfuggono di mano non per fatalità – quella è chiaramente la giustificazione a posteriori – ma a causa di un problema culturale anzitutto, previsionale poi e gestionale) sono:

1.   Crescita Esponenziale: ieri tutto era ancora sotto controllo!

2.   Cambiamenti di fase: tutto è ok fino a quando improvvisamente non lo è più!

3.   Cicli di feedback differiti: perché le cose peggiorano anche se abbiamo introdotto tutte queste misure?

4.   Punti di leva: da un cambiamento (relativamente) piccolo ad un effetto (relativamente) grande.

I sistemi complessi tendono infatti ad avere “punti di non ritorno” e attraversano “cambiamenti di fase” una volta che li raggiungono: ciò significa che una volta che un sistema tocca una certa soglia, le cose possono cambiare rapidamente, molto rapidamente.

Volatilità, Incertezza, Complessità e Ambiguità

«La complessità è una parola problema e non una parola soluzione.»

(Edgar Morin)

Sappiamo che la complessità di un sistema fisico, sensibile alle condizioni iniziali, comporta inesorabilmente una amplificazione dell’errore nelle previsioni future; tale meccanismo è particolarmente vero per alcuni fenomeni come, ad esempio, quelli danno luogo alle manifestazioni meteorologiche.

Ora, in linea del tutto teorica saremmo anche in grado di effettuare previsioni del tempo precise, a patto di conoscere esattamente tutti i parametri della situazione iniziale e di seguirne le variazioni, ma la realtà è che  la  misurazioni  delle  grandezze  fisiche  determinanti  le  condizioni  finali  è  affetta  da  un  grado  di incertezza (inizialmente trascurabile) che tuttavia si amplifica sempre più.

In alcune classi fenomenologiche tale incertezza rimane entro limiti (diciamo) ragionevoli; in altri domini, non a caso detti sistemi caotici, questa misura incognita diventa (in poco tempo) talmente grande che ogni previsione perde di senso.

Volatilità, Incertezza, Complessità e Ambiguità sono i quattro parametri di uno schema concettuale (gli anglosassoni usano l’acronimo V.U.C.A) individuato nell’analisi di eventi bellici effettuata e teorizzato dall’U.S. Army War College, benché noto da tempo agli strateghi militari con il termine di “Fog of War” (“La nebbia della battaglia” citata persino da Dante nel XXIV canto dell’Inferno):

Il primo deriva dalla natura del cambiamento propria di uno scenario calamitoso se caratterizzato da dinamiche evolutive “rapide e turbolente”.

Il secondo è invece “direttamente proporzionale” alla misura con cui è, realisticamente, impossibile prevedere con sicurezza lo sviluppo degli eventi.

Il terzo si realizza laddove il numero di fattori concomitanti (ed interattivi tra di loro) superi la soglia di criticità, producendo fenomeni di amplificazione.

Il  quarto,  infine,  è  implicito  se  le  informazioni  a  disposizione  si  presentano  palesemente incomplete, contraddittorie e inaccurate.

Essi servono al disaster manager per riconoscere quando si ritrova in presenza di un’emergenza complessa:

se lo scenario che è infatti caratterizzato da alta velocità di cambiamento, poca predicibilità, molte variabili in gioco e poche informazioni, diventa giocoforza inopportuno attivare soluzioni semplici, lineari e predeterminate.

La rete e il vortice

«La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata. »

(Gregory Bateson)

La complessità è dunque un dominio che non consente previsioni, troppa è infatti l’incertezza che si propaga nell’arco di breve tempo e avide di una quantità smisurata di dati sono le infinite variabili che entrano in gioco.

Tuttavia possiamo, anzi, dobbiamo ricorrere a scenari, cercando di non cadere nella trappola di ritenere che gli eventi futuri, per quanto estremamente improbabili possano essi apparire, siano anche impossibili.

È inoltre significativo come due segni distinti siano stati prescelti per rappresentare il significato di complessità sui social network: la rete e il vortice.

Le  calamità  (il  vortice,  simbolo  dell’uragano)  si  devono  gestire  in  maniera  sistemica  (rappresentata attraverso il simbolo della rete) poiché l’essenza stessa di molte emergenza è la loro complessità: un dominio governato dall’imprevedibilità deterministica, a sua volta dovuta alla connessione di numerosi (incalcolabili) micro-fattori che generano l’amplificazione dei danni con un effetto domino inarrestabile. Continuando con le metafore, possiamo immaginare come la strategia di risposta ad un simile scenario (catastrofico) non possa che trovarsi nella continua ricerca di un equilibrio dinamico, fatto di risposte adattative e, a pensarci su, l’impressione che spesso si avverte nel dover affrontare la realtà di simili disastri è ben descritta proprio da un’altra metafora altamente simbolica, quella dell’acrobata perfettamente in controllo (ma mai statico) su di una instabile corda tesa…

Una crisi è sempre (severa) maestra

«Tutto è connesso»

(Papa Francesco, dall’enciclica “Laudato Si'”, 2015)

Il nostro mondo è composto da sistemi (energia, trasporti, gestione dei rifiuti, comunicazioni, sanità, grande distribuzione, etc…), alcuni di rilevanti dimensioni, altri piccolissimi, in ogni caso sistemi complessi, ovvero che interagiscono tra di loro, laddove non è affatto escluso che un sistema di dimensioni irrilevanti possa influenzare l’esito finale di un processo.

Stiamo parlando di eventi concreti, che si presentano come una rete intrecciata, fatta da molteplici caratteristiche (e percorsa da segnali che variano di continuo), dove ciascun nodo, se attivato, condiziona il comportamento degli altri, rendendo estremamente difficile prevedere lo sviluppo della situazione.

Così, quando abbiamo a che fare con un evento di natura calamitosa, in realtà potremmo essere sul punto di affrontare una crisi sistemica, un effetto domino che si propaga in tantissime direzioni.

Vero, non dovremmo mai abusare del termine complesso (o confonderlo con quello di complicato), ma

comprendere la sua essenza (appunto) sistemica, riconoscendo l’esistenza di:

– sistemi non lineari (irrisolvibili con le classiche equazioni e con algoritmi sequenziali, più facilmente con metodologie di indagine di tipo olistico),

– sistemi auto-organizzanti (immaginate un numero elevatissimo di componenti che progressivamente interagiscono tra loro in un effetto domino, dando luogo ad un esito globale imprevedibile),

– sistemi soggetti a comportamenti emergenti (mutamenti drastici e improvvisi), punti di svolta nei quali si

raggiunge la criticità (tipping point) dove il tutto diventa instabile e suscettibile a cambiare, molto, ma molto rapidamente (esponenzialmente direi!!!).

Così, se siamo abituati, per cultura, educazione, formazione o esperienza, a ragionare e operare attraverso schemi lineari, un passo alla volta, causa ed effetto, manuale d’istruzioni, check list, in un modello di intervento che, per quanto complicato, rimane pur sempre deterministico (e in molti ambiti della vita “in tempo di pace” questo modus operandi va più che bene) alcuni aspetti della realtà fin qui descritta rispondono a logiche che sono contro intuitive.

Che sia un grande incendio boschivo, un conflitto, una pandemia (virale o informativa), il crollo di una bolla finanziaria speculativa, una crisi sistemica è dunque e sempre (severa) maestra.

Essa ci ricorda che: “I sistemi sono ovunque, dall’ecosistema della Grande Barriera Corallina alle vaste reti tecnologiche dei mercati finanziari globali. Dal punto di vista umano, i sistemi sociali spaziano dalla famiglia alle grandi organizzazioni, alla popolazione nazionale, a quella globale. Sono sistemi “complessi”. Ciò significa che sono collegati ad altri sistemi in molti modi. Significa anche che un cambiamento in una parte del sistema, come un incendio boschivo, può innescare cambiamenti imprevisti nei sistemi collegati – siano essi politici, tecnologici, economici o sociali. Tutti i sistemi complessi hanno tre cose in comune: hanno bisogno di una costante fornitura di energia per mantenere il loro funzionamento, sono interconnessi su una vasta gamma di scale, da quella personale e locale a quella globale e sono fragili quando non sono ridondanti, ovvero non hanno un Piano B…”

Per quando detto, la complessità nelle situazioni emergenziali determina “singolarità”, effetti che durante le crisi di più ampia portata, dando luogo ad una bassa efficacia delle politiche di risposta, nonostante la volontà, l’impegno e le risorse poste in essere.

In una sua lucidissima analisi, il professor Piero Dominici riprende il concetto di “Società del rischio” di Ulrich Beck e lo stressa introducendo il termine di “Società dell’irresponsabilità”, parlando di terremoto di carta, non come fiction o fake, bensì quale auto-narrazione volta a iper-banalizzare un evento calamitoso, in grado però di generare una memoria collettiva e di influire sulla risposta annichilendo ogni forma di resilienza.

Vabbè, ma che me ne faccio di tutta questa filosofia se poi devo spegnere un incendio boschivo?

«Nel caso dei sistemi complessi, il meglio che possiamo fare è imparare a danzare con loro…» 

(Roberto Poli)

Abbiamo dunque compreso come, per ogni amplificazione che il caos tipico delle emergenze ci pone di fronte, nessun piano prestabilito funziona poi così bene e che non si può avere certamente un numero infinito di piani differenti: complessità non è sinonimo di confusione, una stanza in disordine da rigovernare applicando un algoritmo, una ricetta o un protocollo sequenziale.

Complesso non è nemmeno un termine legato alla casualità: uno dei paradigmi fondamentali della Teoria della Complessità è infatti che l’evoluzione degli eventi all’interno dei suoi confini non mai è prevedibile, ma che possiamo fare attenzione ai numerosissimi segnali più deboli di una dinamica in continuo divenire.

L’unica soluzione applicabile è dunque quella di operare riconoscendo scenari (tipici delle “crisis in progress”), applicando soluzioni adattative, ovvero risposte dinamiche (per semplicità possiamo usare il termine “elastiche” ovvero non indifferenti al contesto) in un sistema (che sì, può anche essere un bosco, ma in una visione allargata a tutto il territorio) sottoposto ad un treno di perturbazioni.

Osservando le dinamiche dei “veri” incendi boschivi ci si accorge che essi sono la conseguenza di un numero elevatissimo di interazioni locali che si propagano nel sistema e la cui risultante risulta maggiore della semplice somma delle singole componenti, arrivando a dare luogo a veri e propri mostri, in grado di generare effetti climatici, di sviluppare temperature “fuori scala”, di provocare il crollo delle infrastrutture urbane, l’esodo di migliaia di persone, l’esaurimento delle risorse umane ed economiche e di rimanere comunque inestinguibili.

Sia chiaro, ciò non significa che la risposta dei soccorritori deve essere improntata all’improvvisazione ma che dobbiamo guardare agli eventi complessi come ad anomalie fuori scala, come a quella tempesta tropicale che diventa uragano di categoria 5 in meno di 24 ore e che si ferma per due giorni sulla stessa isola, facendosi beffe di tutti i modelli previsionali, domandandoci ogni volta se questa sia la nuova normalità.