La complessità della complessità e… l’errore degli errori

La complessità della complessità e… l’errore degli errori

di Piero Dominici, Direttore scientifico del Complexity Education Project, Università degli Studi di Perugia

Una questione complessa, quella della complessità! Siamo ancora poco consapevoli della sua natura (appunto) complessa e ambivalente: una complessità che è cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. In tal senso, la nostra analisi non può prescindere da una serie di premesse che, tuttavia, potremo sviluppare sinteticamente ed, evidentemente, in maniera non esaustiva.

In primo luogo, non è inutile precisare che, nel portare avanti le successive tesi e argomentazioni, dovremmo prima di tutto metterci d’accordo sul significato stesso dei termini (livello fondamentale, sempre), oltre che sui campi/settori disciplinari di riferimento, nella profonda consapevolezza di doverli far dialogare e comunicare, possibilmente anche su un piano metodologico. Siamo ancora poco consapevoli che la complessità sia una caratteristica strutturale/connaturata ai gruppi umani, alle relazioni, al sistema sociale, al mondo biologico.

Per ciò che riguarda il mondo degli oggetti e delle cose, invece, dovremmo parlare di sistemi complicati e non complessi, dal momento che siamo in grado di scomporne e analizzarne le parti per comprenderne il comportamento e il funzionamento. Si tratta di sistemi caratterizzati da fenomeni e processi sostanzialmente lineari e, in qualche modo, prevedibili (non sempre), controllabili e replicabili, descrivibili da formule matematiche.

Sempre con riferimento ai sistemi complicati (meccanici, artificiali etc.), dovremmo inoltre introdurre la questione del sistema di riferimento, parlare di risultante delle forze, parlare di “forze”, di forza-peso, parlare di “principio di azione e reazione”, o parlare di massa etc. etc.; parlare, ancora una volta, di fenomeni e processi “sostanzialmente” lineari ben descritti da formule, equazioni, funzioni, in grado, in molti casi, di prevederne con relativa esattezza il comportamento/i comportamenti.

Al contrario, la complessità che riguarda, in modo particolare, la società, le organizzazioni e i gruppi umani (con qualche sfumatura, anche i sistemi biologici) è una complessità del tutto particolare perché, oltre ad essere perennemente instabile e dinamica, non è riconducibile né interpretabile sulla base di modelli lineari (causa-effetto, stimolo-risposta). Si tratta di sistemi, fenomeni e processi che non sono caratterizzati “soltanto” da certe variabili (e, con questo, non sto dicendo che i sistemi complicati siano “semplici” o facili da studiare, anzi) e/o dalla risposta (risposte)/feedback/interazione a/con forze/stimoli o sistemi di forze/stimoli (ci sarebbe da dire moltissimo). Si tratta di sistemi, fenomeni e processi, che si realizzano/si evolvono/si trasformano attraverso la loro capacità di auto-organizzarsi e nella relazione sistemica di molteplici connessioni e livelli di interconnessione/interdipendenza.

Cosa intendiamo per “semplice”, “complicato”, “complesso”, “lineare”? Le scienze e i numerosi settori disciplinari spesso forniscono definizioni non sovrapponibili e, comunque, alternative e complementari.

Si potrebbe, in tal senso, dire/scrivere molto sull’importanza del “principio di causalità” (debole e forte), su determinismo e predittività, sul concetto e la teoria del caos deterministico, sulle questioni inerenti la probabilità etc. In ogni caso, esistono formule, equazioni, funzioni, in grado di descrivere e, perfino, prevedere come si comportino certi oggetti/sistemi (complicati). Anche se, per esempio, con riferimento ai fenomeni “naturali”, dobbiamo sempre essere consapevoli delle profonde implicazioni del “caos deterministico”, la cui teoria ha evidenziato come esistano fenomeni deterministici e (relativamente) prevedibili per i quali, pur essendo stata individuata la legge che ne descrive l’evoluzione temporale, i modelli e le spiegazioni “lineari” non funzionano e non sono adeguate.

Si tratta di sistemi i cui comportamenti si rivelano estremamente irregolari e imprevedibili. Si pensi, ad esempio, a fenomeni come il meteo e alle difficoltà, nonostante strumenti estremamente sofisticati, di fare previsioni metereologiche con esattezza e precisione assolute; si pensi a fenomeni come i terremoti, gli uragani e/o la caduta di un meteorite: allo stato attuale delle cose, possono essere osservati, descritti, previsti nei loro comportamenti soltanto in termini probabilistici, pur essendo riconducibili a leggi scientifiche e formule matematiche note.

In questi casi, ci troviamo in condizioni di predittività e di un orizzonte di prevedibilità limitati. In tal senso, non soltanto nel campo della fisica, “determinismo” e “predittività” sono stati separati da una vera e propria frattura epistemologica: la teoria del caos. È probabile che, in futuro, l’enorme disponibilità di dati e informazioni, insieme a strumenti sempre più sofisticati, si rivelerà sempre più strategica e vitale proprio nel tentativo, tutt’altro che scontato, di arrivare a definire/ri-conoscere, come prevedibili e lineari, fenomeni che, pur essendo spiegabili dalle leggi della fisica, si comportano diversamente. Di fatto, teoria del caos e del “caos deterministico” hanno contribuito, in maniera determinante, a definire quel nuovo paradigma, di cui non siamo ancora in grado di valutare, fino in fondo, le implicazioni epistemologiche e gli orizzonti conoscitivi e di ricerca aperti. Sempre più difficile, almeno per ora, fare previsioni esatte sui cd. sistemi dinamici non-lineari.

E, allo stesso modo, la stessa complessità può essere definita in molteplici modi, relativamente ai diversi saperi ed agli ambiti disciplinari (non soltanto); una complessità che si presenta sotto molteplici forme e che ci costringe a ripensare tutto, anche le categorie concettuali con le relative definizioni operative, a maggior ragione nella civiltà ipertecnologica (e iperconnessa) in cui, oltre ad esser saltati i confini tra “naturale” e “artificiale” (1995, 1998 e sgg.), scienza e tecnologia sembrano poter essere in grado di rendere la “materia” vivente e intelligente (?).

Ci confrontiamo, pertanto, con una complessità imprevedibile – la questione della prevedibilità, non soltanto dei comportamenti umani, sociali, culturali è cruciale e strategica (i modelli culturali servono anche a questo) – e non replicabile (la replicabilità, come noto, è requisito importante per la scienza e per poter anche soltanto parlare di “scientificità”) di cui dobbiamo/dovremmo osservare e comprendere soprattutto i molteplici livelli di connessione tra i processi e tra le parti/gli oggetti stessi e, per farlo, abbiamo bisogno di una visione sistemica dei processi, dei fenomeni e delle dinamiche: visione sistemica che comporta un modo completamente differente di osservare gli “oggetti”.

Non solo osservare l’insieme e il tutto, consapevoli, in ogni caso, che il tutto non è mai la somma e/o la totalità delle parti. Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte.

Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse. E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione.

Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica, cui si è accennato – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget).

Il passaggio dalla semplicità alla complessità e, da questa, alla ipercomplessità può essere spiegato in termini di variabili coinvolte, di concause e di parametri che noi possiamo utilizzare, dobbiamo considerare per osservare la realtà. Quindi, distinguiamo il “semplice” dal “complesso” proprio sulla base di variabili, concause e parametri coinvolti, per numerosità e qualità.

Aggiungo che, nell’attuale fase di mutamento globale, il passaggio dalla complessità alla ipercomplessità è determinato, in particolare, da due “variabili” complesse: la prima, è l’innovazione tecnologica, in particolare la cosiddetta rivoluzione digitale che, a differenza di altre fasi di rivoluzione industriale, introduce una “nuova velocità” nei processi sociali, economici, culturali, che caratterizzano l’attuale mutamento; una “nuova velocità” che produce nuove criticità e problemi di controllo, come peraltro tutte le fasi di accelerazione; la seconda, riguarda il ruolo sempre più strategico che ha la comunicazione, non soltanto con riferimento all’educazione ed al processo di socializzazione, ma anche nei processi di rappresentazione e percezione.

Una complessità che è caratteristica peculiare dei sistemi e che può essere intesa in molteplici modi: come reciprocità di insiemi e molteplicità; come nuovo paradigma formativo ed educativo; come epistemologia dell’interdipendenza per la società ipercomplessa e interconnessa; come riflessione sulla complessità stessa; come approccio e organizzazione delle esperienze e dei saperi; come pluralismo di principi, visioni e valori; come valorizzazione dell’eterogeneità; infine, come urgenza di un approccio interdisciplinare e multidisciplinare (1995 e sgg.). Una (iper)complessità che non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla.

L’ipercomplessità e le “false dicotomie” (1995)

Natura versus cultura; naturale versus artificiale; Umano versus tecnologico, cultura versus tecnologia, teoria versus ricerca/ pratica; formazione scientifica versus formazione umanistica; pensiero e ragione versus emozioni; pensiero vs azione; ragione versus creatività e immaginazione; corpo versus mente; complessità versus specializzazione; interdisciplinarità versus specializzazione; conoscenze versus competenze; forma/e versus contenuto; hard skills versus soft skills. Molti anni fa, le ho definite “false dicotomie”.

Proviamo ad osservare, a descrivere, a riconoscere, a comprendere la complessità, l’umano, la vita, la vitalità dello spirito, quell’essenziale che è (sempre) “invisibile agli occhi”(cit.) ricorrendo sempre a divisioni, separazioni, distinzioni, fratture che spesso non portano alla conoscenza e/o al sapere, bensì ad un senso di appaesamento e rassicurazione, caratteristico di tutte le culture (di fatto, portatrici di identità), rispetto all’incertezza ed alla variabilità della vita e del reale.

Isolare, separare e recludere i saperi, le conoscenze, le esperienze, i vissuti, è operazione complessa che, da sempre, segna l’evoluzione dei sistemi sociali, delle organizzazioni, dell’azione sociale. Si tratta, peraltro, di funzioni strategiche assolte proprio dai modelli culturali.

Continuiamo a vedere, ad osservare, a tentare di comprendere la realtà secondo logiche, modelli, schemi che ne riducono (apparentemente) la varietà, l’imprevedibilità, la ricchezza. Convinti di poter ingabbiare tutta la vitalità dello spirito, la complessità dell’umano, in formule matematiche e sequenze infinite di dati e numeri. Convinti di poter misurare anche la “qualità” in termini obiettivi, oggettivi, scientifici – a mio avviso, si tratta di una contraddizione in termini – ricorrendo esclusivamente a strumenti e dati quantitativi, e con riferimento a tutti gli ambiti della prassi e della produzione materiale e intellettuale, ricorrendo a semplificazioni (sempre, seducenti) presentate, ancora una volta, come “dati di fatto”. Continuiamo a cercare una conoscenza che confermi le nostre convinzioni, le nostre ipotesi di partenza, i nostri modelli culturali ed educativi, i nostri pregiudizi e i nostri stereotipi.

Abitare l’ipercomplessità

Ci ritroviamo così gettati nell’ipercomplessità, nel tentativo di abitare la civiltà ipertecnologica, iperconnessa e delle macchine intelligenti (?): una civiltà fondata sulla programmazione, sull’automazione e sulla (iper)simulazione di processi e dinamiche, e segnata da una progressiva, oltre che esponenziale, crescita della dimensione del tecnologicamente controllato che, di fatto, oltre che ridimensionare/marginalizzare lo spazio dell’Umano e della responsabilità (almeno, in apparenza), continua ad alimentare una vecchia e controproducente illusione: quella di poter espellere/eliminare l’errore (pre-requisito fondamentale di qualsiasi conoscenza, della vita e della stessa libertà) e l’imprevedibilità, non soltanto da educazione e formazione, ma dagli stessi sistemi complessi, oltre che dai processi sociali e organizzativi che li caratterizzano (Dominici 1995 e sgg.).

In questa prospettiva, le sfide del cambiamento sono in fondo riconducibili proprio all’urgenza di ripensare/ridefinire la centralità della Persona e dell’Umano, dentro ambienti ed ecosistemi in cui non esiste più alcun confine/limite tra naturale ed artificiale, oltre che tra natura e cultura (vecchia “falsa dicotomia”).

Oggi, forse come mai in passato, appare evidente come l’ipercomplessità non sia più un’opzione (non lo è mai stata), bensì un “dato di fatto”, che ci vincola a recuperare quelle che ho definito, in passato, le dimensioni complesse della complessità educativa (ibidem): l’empatia, il pensiero critico, una visione sistemica dei fenomeni, una cultura dell’errore (interamente da costruire), l’educazione alla comunicazione, oltre a dimensioni che abbiamo volutamente rimosso, come le emozioni, l’immaginario e la creatività.

È tempo di immaginare, progettare, realizzare i sistemi complessi vedendoli – perché, di fatto, lo sono – come organismi e non come macchine. Sistemi complessi e non complicati, appunto. Recuperare tali dimensioni si rivela di vitale importanza anche, e soprattutto, in considerazione del fatto che le straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, la velocità e l’intrinseca dinamicità del mutamento in atto, non ci stanno “conducendo” verso la semplificazione, anzi!

Occorre recuperare, in tal senso, la consapevolezza che, proprio nell’era della disintermediazione, le figure (sociali e professionali), le istituzioni, i processi e i meccanismi di mediazione debbono tornare a svolgere una funzione, a dir poco, strategica. In particolare, le figure di mediazione, tornano ad essere ancor più strategiche, ma devono essere educate, preparate, formate, aggiornate costantemente, a riconoscere e confrontarsi con tale ipercomplessità, con la ricchezza delle relazioni sistemiche e dei livelli di connessione che caratterizzano, non soltanto la civiltà ipertecnologica, ma la vita stessa.

A tal proposito, ho parlato, in tempi non sospetti, dell’urgenza di educare e formare “figure ibride” (Dominici, 1995 e sgg.), manager della complessità (definizione che ho utilizzato, anche in passato, per semplificare, con la consapevolezza, espressa in tutti i lavori e le pubblicazioni, che gestire la complessità è quasi un ossimoro; e lo è ancor di più se ci riferiamo alla complessità sociale, relazionale, umana): figure ibride educate e formate, non ad una “cultura del controllo” (dentro una cultura del controllo), bensì educate e formate ad interagire con quell’imprevedibilità che è elemento connotativo essenziale dei sistemi sociali, umani, vitali.

E – mi ripeto – senza mettere mano a educazione e formazione, in maniera radicale, non saremo mai in grado di confrontarci e interagire con questa ipercomplessità; e non saranno le tecnologie e il digitale a creare le condizioni perché ciò avvenga e, allo stesso modo, non saranno le tecnologie a ricostituire i legami sociali, a ri-attivare i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione, a determinare le condizioni di un’innovazione realmente inclusiva.

Occorre lavorare per ri-costituire, per ri-mediare, il legame sociale. Gestire l’informazione e la comunicazione, in questo tipo di contesto, significa a maggior ragione (provare a) gestire/governare la complessità (un ossimoro che uso soltanto per esigenze di sintesi), facendo molta attenzione a non cadere nelle retoriche della disintermediazione e della semplificazione intesa come valore assoluto. Non possiamo più permetterci di continuare a perpetuare “l’errore degli errori”: trattare i sistemi complessi come fossero sistemi complicati (Dominici, 1995 e sgg.).

Ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico. Per una “cultura della complessità”…

I nostri limiti e inadeguatezze, costruite socialmente e culturalmente, la nostra incompletezza, rendono evidenti le nostre vulnerabilità di fronte alla vitalità, alla ricchezza ed alla dinamicità della complessità.

Le tecnologie sono e saranno sempre più strategiche, a tutti i livelli, proprio se, oltre che supportare gli esseri umani in tutte le azioni, li aiuteranno a trasformare i propri limiti in opportunità (questioni di conoscenza e di gestione della conoscenza), sapendo abitare le tensioni e i conflitti della società ipercomplessa. Ricomponendo la frattura tra l’umano e il tecnologico. Ma ciò potrà avvenire soltanto se – come affermavo già alla metà degli anni Novanta – la smetteremo di tenere separate cultura e tecnologia. Tecnologia e Cultura à Tecnologia vs Cultura à Tecnologia è Cultura.

Sfera cognitiva, sfera emotiva e – aggiungo – sfera sociale. È tempo di ricomporre alcune fratture che caratterizzano non soltanto i saperi, le conoscenze, le competenze, consapevoli della natura intrinsecamente collettiva e collaborativa della conoscenza.

Si tratta di fratture che segnano anche le singole esistenze, la realtà e le nostre visioni della realtà. Si tratta di fratture importanti e radicate nelle culture organizzative e, perfino, in quelle scientifiche; fratture che condizionano, non soltanto l’evoluzione dei saperi e della conoscenza, ma anche le nostre abilità e capacità di abitare l’ipercomplessità e rispondere, attraverso anche i modelli culturali, alle istanze dell’incertezza, oltre che alle anomalie del vivente e del reale.

Si tratta di fratture che condizionano anche, e soprattutto, le nostre esistenze e i nostri vissuti sociali e culturali, il modo stesso di concepire la vita e l’esistenza, le relazioni, l’incontro con L’Altro da Noi, il pensiero e l’azione rispetto a ciò che è e sarà sempre ingovernabile, imprevedibile, talvolta ignoto.

“Dentro” e “fuori”, un’altra delle “false dicotomie” (ibidem) che vincolano percorsi e traiettorie, conoscitive ed esistenziali, impedendoci di vedere/andare oltre, di immaginare la vita e la conoscenza… oltre la nostra incompletezza, al di là della nostra incompletezza, a partire dalla nostra incompletezza; “false dicotomie” che ci impediscono di cogliere/riconoscere l’insieme, il complesso, l’Umano, la vita: è tempo di abitare i confini e le tensioni che questa ipercomplessità comporta. Perché soltanto dalla ben nota “fine delle certezze” (Prigogine) potranno generarsi conoscenza e creatività; e la conoscenza, da sempre, si annida negli errori della vita (Canguilhelm).

Il cambiamento…

Perché lo stesso cambiamento si annida sempre più nelle zone di tensione e conflitto, nelle nostre debolezze e inadeguatezze, nelle anomalie, nelle fluttuazioni e nei dilemmi che caratterizzano la conoscenza, l’azione sociale, i sistemi complessi (adattivi); il cambiamento si annida perfino nella nostra incompletezza che ci permette di essere creativi e ricorrere all’immaginazione, cercando percorsi alternativi, abbandonando, se necessario, le vie già percorse; il cambiamento si annida sempre più nei momenti di incertezza, in quegli errori e in quelle vulnerabilità che, spesso, ignoriamo e/o cerchiamo di non vedere (1995 e sgg.).

Un cambiamento (e un’innovazione) che rischia, tuttavia, di essere opportunità “per pochi”. Come detto, occorre mettere in discussione i saperi, i confini tra i saperi, le pratiche consolidate, riconsiderando la valenza strategica delle emozioni e degli immaginari individuali e collettivi; in altri termini, è necessario avere (anche) il coraggio di rompere equilibri, spezzare le catene della tradizione, abbandonare il certo per l’incerto; scegliere, almeno provvisoriamente, di correre il rischio di essere vulnerabili.

Abitando i confini, i territori inesplorati, oltrepassando quei vincoli e quelle logiche di separazione (tipiche delle istituzioni educative e formative) che ci impediscono di cogliere il senso più profondo del vitale, del sociale, del relazionale e di comprenderne la complessità e l’ambivalenza. Dimensioni appunto complesse, mai riducibili/riconducibili a formule matematiche e/o sequenze di dati.

Tra cambiamento dei paradigmi e trasformazione antropologica (1996), stiamo assistendo/vivendo il ribaltamento dell’interazione complessa tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale* (ibidem): una questione profonda anche, e soprattutto, in termini di “cultura della comunicazione” (1998), resa ancor più complessa, e problematica, dall’assenza di un sistema di pensiero e di un modello teorico-interpretativo in grado di osservare, riconoscere e (provare a) comprendere l’ipercomplessità e l’irruzione, per certi versi, prepotente del caos.

E già… Ordine e Caos: non è più sufficiente provare a distinguerli per ristabilire l’equilibrio perduto e il controllo. Perché anche ordine e caos coesistono, convivono, sono entrambi presenti, comunque e sempre, retroagiscono nel quadro sistemico di una complessità del vivente e, ancor di più, del sociale, che continua a rivelarsi mai comprensibile e intellegibile fino in fondo.

Continuiamo ad ignorare un aspetto importante: il fattore umano è/sarà sempre decisivo dal momento che è dietro ogni processo, dietro ogni meccanismo, dietro ogni algoritmo. L’ipercomplessità, che connota l’attuale “società ipercomplessa e iperconnessa” (Dominici, 2003, 2005), ci chiede una nuova immaginazione per ripensare/riprogettare a fondo i processi educativi e formativi: educare all’empatia ed alla comunicazione (1998), educare alla libertà/responsabilità e non alla paura, educare e formare alla complessità; educare al “metodo scientifico” – con la consapevolezza delle relative criticità – e ad una visione sistemica dei problemi e dei fenomeni: ad un primo livello di azione, saper quanto meno riconoscere questa ipercomplessità può significare essere in grado di creare le condizioni per abitarla e, se possibile, trasformarla in opportunità.

Una ipercomplessità correlata, in ultima istanza, all’incontro/confronto con l’altro da noi. Laddove – come ripeto da molti anni – «Questo progressivo impossessarsi delle leve della propria evoluzione mette radicalmente in discussione modelli e categorie tradizionali, obbligandoci (?) a rivedere/riformulare addirittura anche la stessa definizione del concetto di Persona.

Obbligandoci a ripensare l’umano e la sua interazione, per certi versi, ambigua con la tecnica, il tecnologico e, nello specifico, con le macchine intelligenti (?) e i robot: un’interazione complessa – quella uomo-macchina … uomo-tecnica – da cui non può che scaturire una sintesi complessa di cui non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni: una “sintesi complessa” di cui, come scrissi in tempi non sospetti, non mi preoccupa tanto la questione della possibile, e probabile, somiglianza delle macchine o dei robot agli esseri umani, anzi vedo favorevolmente tale dinamica, dal momento che agevolerà tale sintesi e tale interazione; al contrario, mi preoccupa molto anche soltanto l’idea/l’aspirazione/la visione/la narrazione che gli esseri umani possano/debbano sempre di più assomigliare alle macchine, potenziando senza limiti le proprie capacità/abilità ma, soprattutto, eliminando l’errore, la possibilità di operare scelte differenti (anche sbagliate) e, ancor di più, l’imprevedibilità dalle proprie azioni e decisioni; in altre parole, eliminando proprio ciò che ci rende “esseri umani”. Tra “nuove” utopie e distopie».

Per abitare l’ipercomplessità, e non subirla!

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Prof. Piero Dominici

NOTA BIO: Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre, insegna Comunicazione pubblica, Attività di Intelligence e Sociologia dei fenomeni Politici presso l’Università degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento; inoltre, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali. È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre vent’anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la cittadinanza, la democrazia, l’etica pubblica. Da molti anni, collabora con riviste scientifiche e di cultura, oltre che con diverse testate. Autore di numerose ricerche e pubblicazioni scientifiche.


[1] Questo testo è la prima versione, estesa e originale, della “voce” curata per l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana “Treccani”, pubblicata on line, su Treccani.it, in data 24/12/2018. Di seguito il link: http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/digitale/5_Dominici.html