La complessità e la varietà dell’Intelligenza

La complessità e la varietà dell’Intelligenza

La complessità e la varietà dell’Intelligenza

di Giuseppe Gembillo

L’intelligenza è la potenzialità che ogni essere vivente ha di alimentare, conservare e progettare la propria esistenza. Ovviamente non è equamente distribuita, né completa fin dalla nascita, ma si sviluppa in funzione degli sforzi cognitivi che ogni esistente è capace di attuare. Si manifesta, in primo luogo, a seconda del raggio d’azione di cui ogni essere dispone “per natura”. Per esempio, le piante, che sono dotate da una motilità relativa, vincolata al loro radicamento e possibile solo attraverso le loro ramificazioni, sono costrette a sviluppare un’autoformazione, oggi definita “autopoiesi”, più onnicomprensiva. Lo fanno, per esempio, contribuendo direttamente al loro nutrimento col privarsi regolare delle foglie che, marcendo nel terreno, si trasformeranno in loro alimento, nella forma di “concime”. Gli animali in generale, invece, hanno bisogno di sviluppare già un’intelligenza di livello superiore perché, di fronte a ciò che la Natura offre nel loro deambulare, devono valutare, di volta in volta, se il cibo che essa offre loro spontaneamente sia nutriente o velenoso. Lo hanno dovuto fare anche gli uomini primitivi i cui primi “assaggi” erano esposti allo stesso dilemma e agli stessi rischi potenzialmente mortali, e che hanno consentito, a coloro che hanno superato positivamente tutte le “scommesse vitali”, di meritare l’appellativo di “saggi”.

Tutto questo mostra che lo sforzo cognitivo è strutturalmente connesso all’esigenza biologica di nutrimento continuo e che si è evoluto gradualmente nel tempo, inizialmente con l’approccio “per prova ed errore” e successivamente in maniera sempre più ampia e articolata fino a sviluppare l’intelligenza umana a livelli tali da distanziarla sempre più da quella degli altri esseri viventi. Fino a svilupparla al punto che essa è diventata capace non solo di valutare ciò che la Natura le offre ma, addirittura a creare, “dal nulla”, tutta una serie di “realizzazioni” che l’hanno portata a rioperare in maniera originale e consapevole sul contesto concreto dal quale l’essere umano è emerso e che ne continua a costituire l’ambiente indispensabile ma da lui gradualmente modificato. Con-te-sto con il quale egli si è scoperto collegato col suo ambiente circostante, come ha sottolineato Humberto Maturana, in un “accoppiamento strutturale” dal quale gli è impossibile isolarsi.

Il punto fondamentale allora è: come vi è riuscito? Come è stato possibile, all’essere umano, giungere a trasformare un rapporto gerarchico di iniziale dipendenza dalla Natura in un’interazione circolare di condizionamento reciproco? Come definire la forma di “intelligenza” che gli ha consentito questo “salto qualitativo”? La risposta a queste domande ha qualche possibilità di successo solo se, come diceva Giambattista Vico”, siamo capaci di ricostruire, almeno da quando ne abbiamo memoria scritta, la storia che abbiamo realizzato e che testimonia concretamente, attraverso le progressive “realizzazioni”, quelle che ancora Vico definiva “le modificazioni della nostra mente”. Modificazioni sulle quali vorrei fare alcune considerazioni che mi sembrano urgenti e doverose in funzione di alcune tendenze oggi dominanti che sono quantomeno ambigue e forse anche teoreticamente ed eticamente pericolose.

Contrariamente a quanto credeva Cartesio quando ostentava certezza nel fatto che la “ragione” sarebbe equamente distribuita tra gli esseri umani e “formata” da sempre e per sempre secondo una struttura rigorosa, unitaria e lineare; contrariamente a quanto ribadiva Kant e a quanto ripetono i loro odierni seguaci che si attardano sull’analisi strutturale del nostro cervello analizzato come un meccanismo definito una volta per tutte; diversamente dalla loro convinzione secondo la quale ciò che caratterizza l’intelligenza sarebbe la sua pretesa struttura logica “calcolante e computante”; diversamente da tutto ciò, ritengo che la storia del pensiero filosofico e scientifico da Platone e Aristotele fino a Prigogine e Maturana mostri apertamente che l’Intelligenza e la sua Logica vadano declinate non solo al plurale ma anche in chiave di evoluzione storica. Ciò significa che l’Universale concreto di hegeliana memoria, che chiamiamo Intelligenza, e l’Universale concreto che chiamiamo Logica si realizzano entrambi in modi molteplici seguendo, ognuno di tali modi, un percorso storico-evolutivo fatto di progressioni individuali e di interazioni inestricabili e quindi non riducibili a percorsi lineari. E ciò accade anche alla Bellezza, alla Verità, all’Etica, alla Politica, che non se ne vanno a spasso per il mondo per conto loro, ma sono di volta in volta, e fortunatamente, incarnate in maniera più o meno leggermente diversa in tutti gli individui in carne ed ossa, che fanno progredire le loro personali intelligenze consentendo la varietà e la molteplicità che in realtà caratterizza non solo loro ma anche tutti gli altri esseri viventi.

In considerazione di ciò, nel mondo reale non opera affatto la “logica formale” di Aristotele; non opera la “logica matematica” di Euclide, di Galilei e dei loro odierni seguaci; non opera la logica della comunicazione “informatica”. Operano invece la logica storico-dialettica dell’autocontraddizione; la logica “sfumata” attenta alla gradualità di ogni valore; la logica che all’astratta contrapposizione vero-falso affianca il “terzo escluso” della possibilità; la logica dell’interazione reciproca; la logica della transazione, la logica “arborescente”, e così via. Operano, insomma, quelle che in altra occasione mi è capitato di definire “polilogiche della Complessità” per indicare che il mondo reale è storico, perché gli eventi seguono tutti un percorso diacronico e sono quindi irreversibili: non solo i cosiddetti eventi storici propri degli organismi viventi ma anche, come ha mostrato a suo tempo Jean-Joseph Fourier, anche quelli cosiddetti fisici; ma che è anche “sincronico” perché in contemporanea si intersecano serie infinite di eventi reciprocamente inestricabili e certamente non riducibili alla linearità causa-effetto immaginata dagli scienziati classici, da Galilei a Einstein. E la manifestazione concreta di tutto questo è data dal fatto che ogni intelligenza specifica non solo si diversifica in funzione degli sforzi cognitivi che ogni essere umano sceglie di fare, ma anche per la intrinseca necessità di svilupparla costantemente, pena una stagnazione o una regressione che ne mortificano o ne annullano progressivamente le capacità creative. Il che impone di svilupparla sia nella direzione di un progressivo autosviluppo, sia nella direzione di una interazione continua con le altre intelligenze che, come diceva Hegel, hanno bisogno non solo di “spinta interna” per un continuo autopotenziamento, ma anche di un indispensabile e reciproco “riconoscimento” che ne confermi la plausibilità della direzione intrapresa, a riprova della ineludibilità delle interdipendenze e dei radicamenti.

Perfino gli “artefatti”, che non possiedono nessuna forma di autonomia e che sono caratterizzati da serialità omogeneizzante, e che le intelligenze umane specificamente concrete sono capaci di perfezionare sempre più, non sfuggono alle situazioni di interdipendenza perché per un verso funzionano, ovviamente, solo grazie “a cause esterne” e per l’altro sono anch’essi soggetti a inesorabile deterioramento fisico.

Parlare allora, come oggi è diventato di moda, di una “intelligenza artificiale”, comparabile con quella umana e moltiplicata “serialmente” in oggetti fisici tra loro perfettamente identici, appare non solo teoreticamente improprio ma anche, come dicevo all’inizio, eticamente e politicamente assai sospetto e pericoloso.