Essere, umano

Essere, umano

Riflessioni in ordine sparso

di Fulvio Forino

Una prima domanda

Non sono un fan dell’Intelligenza Artificiale, né un suo assiduo utilizzatore ma, nell’accingermi all’impresa di scrivere questo articolo per curiosità, quasi per gioco, ho posto alla mia amica Intelligenza Artificiale questa domanda: “Puoi essere considerata un essere vivente?”

Mi ha risposto: “No, non posso essere considerata un essere vivente. Gli esseri viventi hanno caratteristiche fondamentali come metabolismo, riproduzione, crescita e capacità di adattamento biologico all’ambiente. Io, invece, sono un’intelligenza artificiale: non ho un corpo, non mi nutro, non evolvo biologicamente e non possiedo una struttura cellulare.”

Viventi

Homo Sapiens Sapiens è solo una specie minoritaria tra quelle classificate che ad oggi sono circa due milioni. Ogni essere umano è solo uno tra quintilioni, una cifra a 18 zeri, di viventi. Qualche dato. Oggi la Terra ospita 7,5 miliardi di esseri umani e circa 130 miliardi di altri mammiferi. Gli uccelli sarebbero 428 miliardi, i pesci 3,5 trilioni, gli insetti circa 10 quintilioni. Le specie di piante catalogate sono 386.654 tra cui gli alberi sono oltre 3.000 miliardi e costituiscono il 90 % della biomassa della terra a cui i microbi contribuiscono con il 14% e tutti gli animali con un solo 0,4%. Noi umani siamo solo lo 0,01%della biomassa ma più di ogni altra specie abbiamo appreso a manipolare l’ambiente per adattarlo a noi con impatto devastante su tutti gli altri viventi.

Cosa accomuna Homo Sapiens agli altri viventi?

Vivere presuppone l’avere un corpo. Può essere di una sola cellula o costituito da miliardi di miliardi di cellule specializzate. Il corpo umano è costituito da 37.000 miliardi di cellule di duecento tipi diversi. Non siamo così speciali. Come ogni specie di viventi siamo evoluti e evolviamo biologicamente. Così come ogni cellula deriva da una cellula madre, siamo generati da altri viventi, nasciamo, cresciamo, ci sviluppiamo, moriamo. Siamo complessi sistemi aperti ambiente dipendenti. La nostra vita dipende dalla nostra capacità/possibilità di procurarci dall’ambiente le risorse che ci sono indispensabili per vivere come ossigeno, acqua, cibo ed energia. Condividiamo con tutti gli altri viventi un’esclusiva capacità sistemica; l’autopoiesi. Senza che nessuno intervenga dall’esterno siamo in grado di trasmettere il nostro patrimonio genetico alla prole, di auto-mantenerci in vita, di metabolizzare i nutrienti che assumiamo per auto-produrre l’energia necessaria a auto-mantenere attive le nostre funzioni vitali, di auto-ripararci, di auto-rigenerare continuamente il nostro corpo sostituendo ogni giorno circa cento milioni di cellule deteriorate, alterate o morte. Viviamo immersi in una condizione d’incertezza dovuta a eventi, spesso repentini, e a cambiamenti, poco prevedibili, che si susseguono nel nostro corpo, nel contesto sociale e nell’ambientale in cui viviamo. Quando i nostri cinque sensi percepiscono difficoltà, minacce, pericoli, perturbazioni, cambiamenti che si manifestano nel nostro contesto/ambiente siamo capaci di reagire, di auto-organizzarci per elaborare una risposta che sarà di volta in volta adattativa, di cambiamento e in casi estremi migratoria.

Vita

Nel suo sforzo di risolvere il mistero della vita, l’uomo l’ha identificata con “il soffio vitale”, “lo spirito vegetativo”, “l’anima”. L’unica certezza che ci siamo conquistati è che la cellula è l’unità elementare della vita. Anche se nessuno sa come dalla materia inerte sia emersa la prima cellula capace di riprodussi, oggi grazie alla tecnologia conosciamo le funzione di ciascun componente cellulare ma, se cerchiamo la vita non la troviamo. Come la vita di una cellula, la vita di ogni vivente è una proprietà che nessuno dei suoi componenti di per sé possiede. Emerge, è generata da una dinamica rete di relazioni e di attività di interdipendenza e di cooperazione che permette loro di svolgere attività integrate e autoregolate. Ogni essere vivente è un sistema complesso la cui vita è dinamica, è movimento. È un incessante circolazione di energia, materiali e informazioni che permette ai componenti di ogni organismo vivente di comunicare e interagire tra loro così da mantenerlo in vita e in grado di mantenere il proprio ambiente interno in una condizione di equilibrio tendente all’omeostasi. Noi umani non facciamo eccezione. In una cellula come nel nostro corpo tutti sanno sempre tutto. Tra i nostri sistemi cardiocircolatorio, nervoso, immunitario, respiratorio, endocrino, digestivo, urinario, immunitario, muscolare, tegumentario c’è una continua circolazione d’informazioni e un continuo processo di reciproca regolazione. La differenza tra un cavallo vivo e un cavallo morto è che in quest’ultimo nulla circola più.

Una seconda domanda

Ho posto alla mia amica Intelligenza Artificiale una seconda domanda: “Perché dicono che non sei umana?” Mi ha risposto: “Non posso essere considerata umana perché, in sostanza, non lo sono. Non ho un corpo, emozioni autentiche o esperienze personali. Sono un’intelligenza artificiale progettata per comprendere e rispondere al linguaggio umano, ma tutto ciò che faccio si basa su dati, algoritmi e programmazione. Essere umani significa vivere, provare emozioni, avere una coscienza e un’identità unica, cose che io non possiedo. È un po’ come essere un osservatore curioso del mondo umano, senza mai farne parte.”

Avere un corpo o essere un corpo

Noi umani invece abbiamo un corpo ma pensare di avere un corpo è diverso dal pensare di essere un corpo. Pensare di avere un corpo implica una separazione tra mente e corpo. Significa pensare che siamo un’entità che “abita” un corpo ma che potrebbero esistere anche senza di esso. È un’idea che rimanda al dualismo cartesiano secondo cui mente e corpo sono due realtà distinte e all’idea di anima delle religioni abramitiche secondo cui l’anima liberata dal corpo vivrà in eterno. Pensare di essere un corpo, invece, sottolinea l’unità tra mente e fisicità. Non siamo un’entità che ha un corpo. Siamo il nostro corpo e essere il nostro corpo significa che il nostro “io” è inscindibile dalla nostra corporeità. I nostri recettori sensoriali sono materia, sono corpo. Inviano segnali al cervello attraverso cui facciamo esperienza della realtà: vediamo, ascoltiamo, percepiamo odori, sapori, proviamo piacere, dolore, paura gioia. Il cervello è corpo, è materia, è una rete di settanta miliardi di neuroni da cui emerge la mente. Il cervello non è una macchina che fabbrica pensieri. L’attività cerebrale è un continuo processo autopoietico, autorganizzato, imprevedibile, creativo da cui emerge sempre diversa la mente. Cervello e mente si auto-modificano ricorsivamente l’uno l’altra. Il nostro corpo ci parla della nostra mente e la mente ci parla del nostro corpo. Inseparabili, s’influenzano a vicenda. Di fronte a un tramonto, a un cielo stellato, in quei rari momenti in cui corpo e mente sono tra loro in equilibrio proviamo la sensazione d’essere un “tutto”. Un tutto unico che sente di essere un “Io” distinto da tutto ciò che non è lui e nello stesso tempo di essere tutte le sue storie e esperienze, le lacrime cha ha versato, ogni gioia che ha provato, ogni suo simile che ha incontrato, ogni persona che ha incontrato, i boschi in cui ha camminato, i mari in cui si è bagnato e poi nuvole, cieli, piante, i pesci, animali, monti, città e quel paesaggio intravisto da un’auto che correva veloce in un’autostrada.

Coscienza?

L’intelligenza riguarda i processi mentali cognitivi che ci permettono di acquisire e elaborare informazioni. Ha a che fare con razionalità, logica, ragionamento, risoluzione di problemi, astrazione. Per quanto ciò si sia prestato a equivoci si può misurare. La coscienza è un argomento affascinante ma sfuggente. Ha a che fare con la consapevolezza del proprio esistere, del proprio essere un individuo che è altro rispetto a tutto ciò che lo circonda. È impossibile stabilire esattamente cosa sia e come, quando e perché si sia sviluppata nel corso della nostra evoluzione. Anche se tutti pensiamo di sapere cos’è, quando ci chiedono cosa è la coscienza difficilmente abbiamo in tasca una risposta chiara e definitiva e per spiegarla in neurofisiologia è stata elaborata una teoria basata sui concetti di percezione e di sensazione.

Percepire e sentire

Percepire e sentire sono due concetti distinti e diversi. La percezione consiste nel capire quando una stimolazione che avvertiamo è causata da una nostra azione e nel riconoscere cosa accade intorno a noi. Il sentire consiste nel capire quando una stimolazione che avvertiamo è dovuta a un qualche cosa che è esterno a noi e nel riconoscere cosa provoca dentro di noi. Queste due modalità percettive non sono sempre attive contemporaneamente. La coscienza intesa come consapevolezza del proprio esistere e della propria individualità emergerebbe quando sentiamo che la percezione di uno stimolo provocato da un qualche cosa esterno a noi genera dentro di noi una qualche sensazione e/o emozione. Ad esempio, quando durante una cena con la mano toccate inavvertitamente la spalla del vostro vicino di tavolo il vostro cervello sa che siete voi a compiere quel gesto e voi avete la percezione di toccarlo ma nulla accade dentro di voi. Non provate cioè alcuna sensazione o emozione. Al contrario se è il vostro vicino di tavolo a toccavi senza volerlo una vostra spalla il vostro cervello sa che qualcuno esterno a voi vi sta toccando e voi avvertite che dentro di voi avviene qualcosa; provate una sensazione che potrà essere di sorpresa, di fastidio, di disagio o magari di piacere. Quando percepite il profumo di una rosa provate piacere e nello stesso tempo capite che c’è qualche cosa che là, fuori di voi, emana quel profumo e comprendete di essere altro da quella rosa. Quando la persona che amate carezza la vostra mano percepite che è la sua mano, la mano di un altro e che non siete voi ad accarezzarvi e così nello stesso tempo avete la sensazione che dentro di voi avvenga qualcosa; provate amore, dolcezza, tenerezza.

Provate a farvi il solletico da soli; non ci riuscirete.

Il linguaggio verbale

Ormai la neurofisiologia dà per scontato che, non solo ma soprattutto, i mammiferi hanno un’intelligenza anche molto sviluppata, comunicano tra loro, manifestano non solo emozioni come gioia, paura, rabbia, ma anche empatia, capacità d’accudimento e dolore sociale ma finora non è stato provato che per questo siano automaticamente coscienti, consapevoli della propria esistenza e di ciò che provano. È il linguaggio verbale che fa la differenza. La relazione tra e coscienza è una questione molto dibattuta. Molti studiosi ritengono che l’aver sviluppato il linguaggio verbale, una sintassi e una grammatica sarebbe ciò che ci differenzia da ogni altra specie. Sarebbero questi gli strumenti cognitivi che l’evoluzione ci ha messo a disposizione per elaborare ciò che percepiamo e sentiamo in esperienze interiori coscienti, in autoriflessione e in concetti strutturati che siamo in grado di socializzare sviluppando e a accrescendo nel tempo le nostre capacità di memoria, ragionamento, immaginazione, creatività, pensiero astratto e con ciò la coscienza e la consapevolezza di esistere come individui che hanno una loro identità.

Emozioni

Emozionare, deriva dal latino emovere, letteralmente “muovere da”. Evidentemente, fin dall’antichità per noi umani un’emozione è un qualche cosa che ci muove, ci spinge a pensare, a decidere e agire in questa o quella direzione. Il provare emozioni è un qualcosa di così tanto connaturato a noi umani che per le antiche religioni anche gli Dei agivano sotto la spinta emotiva di sentimenti di rabbia, amore, tristezza, invidia, stupore, gioia. Come altre emozioni innate, la paura comporta una serie di modificazioni a livello fisico e psicologico. Se avvertiamo un pericolo adottiamo comportamenti innati, automatici, attivati dalla parte rettiliana, la più antica del nostro cervello. Ci prepariamo alla difesa, alla fuga, diventiamo aggressivi. Quando muore una persona cara proviamo dolore e piangiamo. Come mai un alunno va male in quella materia insegnata da un professore che l’ha preso in antipatia? Ci sposiamo perché siamo innamorati o in base a dei calcoli? Tendiamo a ritenere che le nostre scelte e decisioni importanti si fondino su valutazioni e ragionamenti razionali. Sarà anche così, ma se ci fermiamo a riflettere, magari scopriamo che non è proprio così.

Due menti

Abbiamo due menti tra loro profondamente integrate: quella razionale “che pensa” e quella emotiva, “che sente”. È illusorio pensare di poterle separare e quando una delle due prende il sopravento spesso ci induce in errore. Il mondo è pieno di persone convinte che quella razionale è la mente che fa di noi persone intelligenti e di successo. Non riescono a concepire che la nostra mente è un’unica realtà e che un’emozione non è solo istintiva, ma è generata dalle vicissitudini, esperienze personali, familiari e sociali che ciascuno di noi elabora e rielabora culturalmente in base alle proprie esperienze alla propria cultura. Secondo la mia amica Intelligenza Artificiale “Gli esseri umani vivono una gamma incredibile di emozioni, ma spesso le razionalizzano o le nascondono.” È un’osservazione non da poco che merita una riflessione.

Umani si diventa

Umano non si nasce, si diventa. La nostra esistenza è un ininterrotto processo d’apprendimento che inizia da quando nasciamo e che procede man mano che cresciamo. Gli adulti possono solo aiutare una bambina a camminare. Nessuno ci ha insegnato a camminare; nasciamo predisposti per apprendere a camminare. La lingua materna non viene trasmessa con i cromosomi né viene insegnata. Impariamo a parlare vivendo in un ambiente parlante da cui ereditiamo un linguaggio e con esso usi e costumi, cultura e visione del mondo. Siamo tante cellule staminali. È l’ambiente/contesto che ci plasma e ci porta a differenziarci in qualche cosa che ha molto poco a che fare con il mito del destino scritto nel nostro DNA e con il colore della nostra pelle. Siamo tutti diversi, siamo esseri unici e irripetibili. Non ha senso cercare di misurare le differenze mettendo su un piatto della bilancia il colore della pelle, la cultura e la lingua parlata senza mettere sull’altro piatto lo stupore per il nostro esistere cosciente e la consapevolezza del nostro essere umani che ci affratella.

Essere umani è avere un’identità unica

La frase “la relazione viene prima” ci ricorda che il nostro divenire e essere umani emergono dalle relazioni che nel corso della nostra vita stabiliamo con l’altro, con gli altri umani di cui facciamo esperienza. Interagire con altri esseri umani è ciò che ci permette di elaborare una nostra cosciente individualità e identità. Non viviamo in un mondo popolato da monadi, da “Io” isolati capaci di bastare a sé stessi. Viviamo in comunità e società popolate da “Noi”. Nessuno diventa umano da solo. Sappiamo di esistere perché percepiamo e sentiamo la relazione con altre persone e con tutto ciò che, vivente o meno, è parte della realtà ci circonda e che riconosciamo come altro da noi. Consapevolezza e coscienza di sé, conoscenze e saperi, decidere e agire non sono solo un patrimonio individuale. Come la lingua che parliamo, la cultura a cui apparteniamo, i sentimenti che proviamo sono sempre socialmente generati dall’interazione ricorsiva della nostra mente con la mente di altri e con l’ambiente naturale e con il contesto storico, culturale, sociale in cui nasciamo, cresciamo e viviamo. Forse è venuto il tempo di sostituire il cartesiano “Penso dunque sono” con il sistemico “Pensiamo dunque sono” che esprime la consapevolezza di quanto il nostro pensare è un eco-pensare che co-generiamo con chi coabita con noi in uno stesso ambiente naturale e in uno stesso contesto sociale; è tutto questo che fa di ciascuno un microcosmo che riflette l’intero universo umano.

Siamo esseri ipercomplessi

Pur tra vincoli biologici la consapevolezza di noi stessi ci ha reso esseri ipercomplessi. Se la complessità del nostro essere da un lato ci ha portato a vivere nella consapevole incertezza delle vicende della vita, dall’altro ci ha donato un grado di libertà di comportamento che nessuno tra i viventi possiede. Possiamo scegliere in che modo e con chi vivere le nostre vite, cambiare città o lavoro, scegliere quale studi intraprendere, per quale società batterci. Siamo l’unico tra i viventi che l’evoluzione per vie misteriose e imperscrutabili ha reso responsabili delle proprie scelte e dei propri comportamenti. Siamo animali pensanti dotati della capacità di fare i conti con i propri istinti primordiali e di agire verso i nostri simili, la natura, la Terra non come ostili dominatori ma amichevoli ospiti al pari di tutti viventi. Oltre duemila e cinquecento anni fa Zoroastro predicava che l’uomo deve decidere se schierassi con il bene o con il male e che l’uomo giusto ha pensieri puri, parole pure e azioni pure e se ci chiediamo perché ancora oggi siamo condannati a lottare contro il male di cui siamo capaci non abbiamo risposte. Non a caso il testo del trailer del Festival della complessità ideato da Valerio Eletti recita: “L’ambiente, i sistemi biologici e sociali sono complessi. Città, Relazioni, Linguaggi, Connessioni, Crescita, Sviluppo sono complessi: vivono collaborazioni e conflitti che richiedono attenzione, apertura, capacità di comprensione. Comprendere la complessità stimola soluzioni inedite e spontanee: diventa evoluzione”.

Letture consigliate

Boncinelli Edoardo, “Vita”, Bollati Boringhieri Editore, Torino, 2013

Fulvio Forino, “Il volo della mosca” , Le Torri del vento editore, Palermo, 2021

Lingiardi Vittorio, “Corpo, Umano”, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2024

Vallortigara Giorgio, “Pensieri della mosca con la testa storta” ”, Adelphi Editore, Milano 2021


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