Quale futuro? L’ecologia della mente per abitare un mondo nuovo
Quale futuro? L’ecologia della mente per abitare un mondo nuovo.
di Fabrizio Rossi – Libera Accademia Scienze Umane
Viviamo in un’epoca di discontinuità radicale, in cui il mondo che credevamo di conoscere è stato stravolto da un’accelerazione tecnologica e digitale senza precedenti. Generazioni fa, la vita scorreva lenta e la complessità, seppur presente, era meno percepibile. Oggi ci investe come un torrente vorticoso, portando con sé sfide ambientali, climatiche, geopolitiche ed economiche inedite. Di fronte all’imminenza di questo mondo nuovo, emerge una domanda cruciale: quale futuro ci attende e come possiamo trovare il giusto adattamento per progettare nuove forme teoriche e pratiche con cui affrontarlo?
Oggi, tuttavia, le persone sembrano reagire a questa complessità crescente semplificando la realtà e adottando comode scorciatoie. L’abbondanza di dati genera spesso una pericolosa “illusione della conoscenza”, per cui ci si sente competenti pur restando in superficie. Si diventa vittime dell’effetto Dunning-Kruger, sovrastimando le proprie abilità proprio perché si ignorano le fitte interconnessioni del sistema. Spesso può risultare frustrante mostrare la realtà a chi segue questa strada. È una dinamica ben illustrata dalla metafora del piccione che gioca a scacchi: per quanto tu possa essere un abile giocatore, il piccione farà cadere i pezzi, sporcherà la scacchiera e se ne andrà convinto di aver vinto.
Questo ‘fastidio per la complessità’ nasconde una paura profonda che genera la ricerca di un rifugio: invece di tollerare l’incertezza, ci si chiude negli steccati dell’identità personale, del proprio gruppo e della propria nazione, affidandosi a narrazioni semplicistiche e anacronistiche come il populismo, il sovranismo o il complottismo. Emerge così un’ossessione per i confini e per la purezza identitaria, che già tanta sofferenza ha creato, che tenta invano di negare la natura inestricabilmente interconnessa e non-locale del mondo contemporaneo. Creare steccati, interiori ed esteriori, è un rimedio antico quanto la ratio (il recinto della ragione) o l’atto del religare (la protezione della religione). Sono tutti tentativi di schermarsi da una paura comune a tutta l’umanità fin dagli albori dei tempi: quella dell’ignoto.
A peggiorare questo quadro si aggiunge l’impatto dei nuovi fenomeni tecnologici. Viviamo la cosiddetta “quarta rivoluzione” (o condizione onlife), in cui il confine tra vita fisica e digitale è sempre più poroso. In questa “infosfera”, la logica degli algoritmi tende a profilarci e a mostrarci solo ciò che già ci piace, confermando le nostre convinzioni preesistenti. Si creano così delle “camere dell’eco” in cui il dialogo autentico e il confronto con la diversità diventano impossibili, impoverendo il nostro pensiero critico e colludendo con il nostro bisogno di semplificare la realtà a discapito della nostra ricchezza umana.
Per secoli abbiamo affrontato i problemi affidandoci a forme di pensiero ereditate dalla scienza classica e dalla rivoluzione cartesiana. Abbiamo applicato un approccio deterministico e riduzionista, convincendoci di poter comprendere la realtà frammentandola. Abbiamo tragicamente confuso il “complesso” con il “complicato”. Un sistema complicato (dal latino cum plicum, con pieghe), come un motore, può essere smontato, analizzato nelle singole parti e rimontato. Ma tentare di spiegare una realtà complessa (dal latino cum plexum, intrecciata insieme) con gli strumenti utilizzati per ciò che è complicato, equivale a dissezionare un organismo vivente per capirne la vita: lo si distrugge. Questo vecchio modello lineare ci ha spinti verso una frammentazione ultraspecialistica dei saperi, un rifugio rassicurante in cui ci siamo concentrati su singoli elementi pur di non affrontare la vertigine dell’incertezza globale.
Per progettare nuove forme con cui affrontare le sfide odierne, dobbiamo superare la nostra tendenza a semplificare e abbracciare una cultura sistemico-complessa. Abitare questo nuovo mondo richiede, innanzitutto, di abbandonare l’illusione della causalità lineare (causa-effetto) a favore della causalità circolare. I fenomeni del nostro tempo sono governati da cicli di retroazione (feedback) e da dinamiche non-lineari, dove piccole cause possono generare effetti enormi e imprevedibili, il cosiddetto “effetto farfalla”. I nostri schemi di comprensione devono superare la compartimentazione delle discipline in favore di saperi transdisciplinari e costantemente intrecciati. Solo una conoscenza che sa ricollegare l’universale al locale può renderci consapevoli delle “proprietà emergenti” scaturite dalle interazioni sistemiche, impossibili da cogliere se ci limitiamo a osservare i singoli frammenti.
Inoltre, dobbiamo riscoprire l’ecologia della mente. L’antropologo Gregory Bateson ci ha insegnato che l’unità evolutiva di sopravvivenza non è mai il singolo organismo isolato, ma l'”organismo-nel-suo-ambiente”. La mente non è un’entità confinata all’interno del nostro cranio, ma risiede nei circuiti di informazione e in quella “struttura che connette” il granchio all’aragosta e l’uomo alla natura. Tagliare i legami col contesto significa perdere l’intelligenza vitale del sistema.
Grazie a questa nuova visione quale futuro potremmo aspettarci? L’auspicio è quello di sviluppare una vera e propria “postura adulta”. Significa abbandonare l’illusione infantile di poter imporre un controllo ingegneristico sul mondo e imparare, invece, a tollerare l’incertezza e il mistero. L’incertezza, se non viene fuggita ma accolta come parte costitutiva della realtà, cessa di essere fonte di angoscia e diventa lo spazio aperto della creatività, delle possibilità e della libertà. È il passaggio fondamentale dall’illudersi di essere “padroni” di un mondo oggettivato all’essere partecipanti attivi di una “scienza estetica”, in cui ci si prende cura delle relazioni riconoscendo, con profonda saggezza ecologica, che la nostra esistenza è inestricabilmente tessuta nella rete della vita.
