Attualità della complessità: intervista a Fulvio Forino
Attualità della Complessità: intervista a Fulvio Forino

Fulvio Forino, Presidente dell’Associazione Dedalo ’97, è stato per molti anni Direttore Sanitario Ospedaliero e Aziendale ed è l’ideatore e il coordinatore del Festival della Complessità.
In questa intervista, parla di come ha scoperto la complessità, dell’importanza e attualità di una visione complessa alle sfide del mondo contemporaneo e dei progetti in corso per il Festival della Complessità.
Quando e come hai scoperto la “complessità”?
L’ho scoperta più di trenta anni fa.
All’epoca ero il vicedirettore sanitario del San Camillo di Roma responsabile della gestione del personale; circa 2.500 persone. Come si può immaginare, mi trovavo continuamente ad affrontare problemi difficili, duri.
All’epoca non sapevo nulla di complessità né di sistemi.
Un giorno, per puro caso, mi capitò tra le mani uno strano libro, “Il Macroscopio”. Economia, salute, ambiente, città, cellule, organizzazioni, persone vi erano descritti come sistemi complessi. Quella prima lettura mi fece scoprire i “dieci comandamenti della complessità“.
Mi trovai di fronte a una logica che rivoluzionava il mio modo d’intendere il management. Fui come fulminato sulla via di Damasco. Capii che potevo guardare non solo l’ospedale, ma la realtà e il mondo con occhi nuovi.
Perché ti sei tanto interessato dei sistemi complessi?
La risposta è semplice; pensare in termini sistemici mi ha sempre ripagato.
Potrei raccontarvi delle mille occasioni in cui ricorrere a una logica sistemica mi ha permesso di risolvere problemi e gestito situazioni che ho incontrato non solo come direttore di ospedali e aziende della sanità, ma anche nel gestire i ruoli che ho giocato nella mia vita come sono, ad esempio, quelli di genitore, formatore, animatore del Festival della Complessità.
Perché pensi che tutto ciò possa interessare un pubblico?
Basta una piccola osservazione. Nel linguaggio comune e nei mass media situazioni e problemi fino a ieri considerati “complicati”, oggi sono definiti “complessi”.
Oggi, non più solo gli scienziati, ma un numero crescente di persone ha compreso che, come ha dimostrato la pandemia, crescita e sviluppo sono complessi, che sono intrecciati tra loro e con l’economia la globale, il degrado ambientale, il cambiamento climatico.
In molti, ormai, avvertono che ci troviamo di fronte a situazioni e problemi inediti e complessi per i quali servono soluzioni sistemiche perché non sono risolvibili l’uno indipendentemente dagli altri.
La prima edizione del Festival risale al 2010. Rispetto a tredici anni fa, sempre più persone si vanno avvicinando a una concezione sistemica della realtà e del mondo.
Oggi c’è interesse per libri e articoli che riguardano la complessità. Edgar Morin, filosofo un tempo ai più sconosciuto, oggi è apprezzato da un pubblico sempre più vasto.
Insegnanti, psicoterapeuti, designer, formatori, urbanisti, manager, medici oggi sentono una forte spinta a coinvolgersi nel comprendere quale sia il senso profondo della complessità e cosa significhi adottare un approccio sistemico nella loro vita professionale e personale.
Perché pensi che la diffusione di una cultura complessa abbia una qualche utilità e per chi?
Indipendentemente dalla sua dimensione, ogni sistema sociale vive e prospera solo se mantiene al suo interno alti livelli di cooperazione e integrazione tra gli individui e/o le realtà che lo compongono.
Cooperazione e integrazione presuppongono varietà e diversità di capacità e funzioni così come di punti di vista, di culture e di condizioni materiali che da un lato, sono i motori della vita e dell’evoluzione di ogni società e, dall’altro, sono motivo permanente sia di crisi che di generazione del nuovo.
Conflitti e dinamiche d’integrazione sono l’essenza di ogni democrazia il cui presupposto sta nella diversità di opinioni e nell’esercizio della critica e del dubbio. Il pensiero sistemico ci sollecita a non pensare in termini di black and white, ma in termini di equilibri tra opposti; a guidare e a farsi guidare; a comprendere che l’opposizione tra scienze naturali e sociali non ha senso; a diffidare di leader semplificatori, delle verità assolute, della scienza, della tecnologia e della specializzazione prive di visione.
Di fronte al multidimensionale il pensiero sistemico porta ad apprezzare e a ascoltare il punto di vista degli altri, a porre domande, a promuovere dinamiche collaborative e di reti di che sono il collante del tessuto sociale che nel nostro paese si va impoverendo.
L’avvicinarsi alla visione sistemica è coinvolgente. Ci pone domande nuove.
Se dalla nostra visione del mondo o dalle vicende della nostra vita eliminiamo il presente il passato e il futuro sono comprensibili? Le tre parole fondanti la democrazia, libertà, fraternità, uguaglianza sono comprensibili l’una senza le altre due? Ha senso discutere, come quasi sempre avviene, di una senza considerare le altre due? Può esistere una società di uomini liberi senza equità sociale, senza welfare e senza eguaglianza di diritti?
Oggi si avverte che la cultura della complessità interessa sempre più persone. Oggi molti di coloro che stanno riflettendo su come guardano e pensano la realtà si trovano a avvicinarsi al pensiero sistemico, altri lo stanno facendo proprio: il che non è poco.
Che programmi e ambizioni avete come Festival della Complessità per i prossimi anni? Come immagini evolverà l’iniziativa?
La pandemia ha impedito lo svolgimento della decima edizione del Festival e quella del 2021 si è concretizzata in trentatré conversazioni online.
Data la sua configurazione sistemica di festival diffuso e a Km zero, per il nostro Festival la pandemia è stata certamente un elemento di crisi. Rapporti e relazioni si sono allentati.
Il primo obiettivo è, così, quello di ricostituire e allargare quella rete di rapporti e di iniziative locali che è l’anima del Festival.
Per il futuro il Festival continuerà a essere diffuso e a Km zero e, com’è già avvenuto in alcune edizioni del passato, ogni anno vorremmo mettere in campo in una o più città eventi di un certo rilievo che, da un lato, mettano più in evidenza il Festival a livello nazionale e, dall’altro, siano occasione per gli appassionati della complessità di ritrovarsi.
Non è un’impresa da poco ma il vento spira a nostro favore. Infatti, tutti abbiamo voglia di tornare a pensare e a discutere “in presenza”.
Il tema della prossima edizione è “Transizioni”.
È un tema di grande attualità e già si annunciano eventi in quindici città. A Parma si terrà un evento d’apertura del Festival; una settimana di incontri conclusa da una giornata con relatori di grande rilievo. A Tarquinia verrà organizzato un evento articolato in più iniziative.
Insomma, andiamo avanti convinti che oggi, in questo tempo di transizioni epocali, promuovere la cultura della complessità e la visione sistemica della realtà è più attuale e importante che mai.
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