La vita di Edgar Morin come relazione intellettuale, emozionale, etica

La vita di Edgar Morin come relazione intellettuale, emozionale, etica

La vita di Edgar Morin come relazione intellettuale, emozionale, etica

di Giuseppe Gembillo

La “relianza” vitale col Tutto

Edgar Morin è vissuto di ininterrotte relazioni intellettuali, emotive, sociali con i suoi simili e con il contesto planetario all’interno del quale tutti siamo interconnessi, in accoppiamento strutturale plurimo e costantemente evolutivo. L’immagine indelebile che ci rimane di lui sono le braccia aperte e il sorriso smagliante con i quali ci veniva incontro ogni volta che abbiamo avuto modo di stare insieme, a Messina ripetutamente, a Enna, a Lecce, a Napoli, a Roma, a Parigi. Era il suo modo di rendere “visibili”, di trasformare in immagine il dato ineliminabile per cui ogni esistente è in reciproco, inaggirabile collegamento.

Ha letterariamente estrinsecato tutto ciò creando il neologismo “relianza”, per indicare che tutto ciò che accade è il risultato di una sorta di simbiosi vivificatrice, esito di un numero indeterminabile di azioni che si intrecciano strettamente fino a far emergere esiti del tutto imprevedibili e fecondi di ulteriori sviluppi. Esiti che non sono il risultato di un progetto determinato da una o più cause esterne, ma dell’emergere di eventi generati proprio dall’autorganizzazione che alimenta gli agenti che interagiscono e che  recano così il loro particolare contributo al concretizzarsi di un evento che, a sua volta, a un certo punto si configurerà come un organismo in grado di autoalimentarsi, continuando a interagire con l’ambiente circostante e metabolizzando l’energia che ne riceve, per svilupparsi sia nelle singole parti sia come un Tutto organico. In tale orizzonte di senso la Natura si rivela al suo sguardo come mega organismo “autopoietico” che si articola secondo vari livelli crescenti e si specifica fino a concretizzarsi nella forma di Soggetto consapevole di se stesso e del contesto di cui è parte integrante. Soggetto che fin dal suo emergere ha un bisogno vitale di conoscere bene il mondo circostante per poter diventare capace di comprendere se ciò che esso gli offre sia energia positiva, oppure veleno in grado di distruggerlo.

In questa ottica Morin, seguendo espressamente le riflessioni di Humberto Maturana e di Francisco Varela, ha ribadito che la vera motivazione dell’essere umano a comprendere ciò che lo circonda non risponde ad una sua generica aspirazione a “sapere”, ma rappresenta una  necessità vitale; è un vero e proprio atto di sopravvivenza finalizzato a cercare di valutare in anticipo se il frutto che un albero qualunque gli offre senza resistenza sia assimilabile dal proprio organismo oppure un elemento tossico. In ragione di ciò, l’atto del conoscere non è, cartesianamente, il Cogito intellettuale riservato all’uomo, bensì il Computo generalizzato di ogni essere vivente, vero e proprio atto di valutazione nel quale ogni vivente mette a rischio la propria vita. Tale atto cognitivo non consiste dunque in una presa di distanza dal contesto, per meditare “in santa pace”, ma in una vera e propria relazione con l’ambiente circostante, con il quale di fatto vive, appunto, in costante “relianza”.

L’essere umano tra razionalità, emotività e solidarietà

Come ogni essere umano, Morin è vissuto di relazioni razionali, emotive, sociali agendo con passione e cognizione fin da giovanissimo quando, rimasto troppo presto orfano della madre, il cinema e la letteratura hanno reso sopportabile la sua solitudine. Successivamente l’impegno politico è stato motivato dal desiderio di sentirsi socialmente attivo e utile ai propri simili ed è stato alimentato da parole ispiratrici come fratellanza, amicizia, libertà, solidarietà, uguaglianza. Da allora in poi è vissuto sentendosi fratello tra fratelli, uomo tra uomini, fragile tra fragili, energico tra energici, facendo dialogare e collegare sentimenti e attitudini di ogni tipo. Ha cercato il dialogo sia con i grandi geni sia con gli uomini comuni, con i consenzienti e con i dissidenti; per parafrasare Terenzio, “niente di umano ha ritenuto da lui alieno”. Ha introiettato e metabolizzato, per sua esplicita ammissione, le più svariate esperienze sociali, umane, emozionali ripensandoli nell’ottica di farne “scienza con coscienza”. La conseguente riflessione razionale si è fatta sempre più consapevole ed equilibrata, pur, o proprio perché partita da quell’astratta razionalizzazione ostinata, che Hegel aveva definito “delirio della presunzione”, e che si attua quando la razionalità esce più o meno inavvertitamente dai propri limiti e si trasforma nel mito di se stessa, dimenticando che la sua essenza consisterebbe nell’essere analisi critica di ogni forma di mito.

In lui si era manifestata come adesione acritica al totalitarismo sovietico, giustificato mediante il trucco della “rimozione delle obiezioni” e della “disattenzione selettiva” nei confronti dei controesempi. Questa presa di consapevolezza lo ha indotto a distinguere nettamente tra razionalità concreta e razionalizzazione, consentendogli di restare, per così dire, in equilibrio e quindi di non cadere nell’opposto della razionalità, che è l’irrazionalità consistente nel respingere totalmente ogni forma di ragione e quindi di scivolare in un’altra forma di delirio della presunzione consistente, questa volta, nell’elevare l’irrazionalità a valore fondamentale e quindi a mito di se stessa. Morin ha mantenuto l’equilibrio condannando per tutto il resto della sua vita il totalitarismo sovietico ma aggiungendo che nessuna civiltà è veramente tale se dimentica i problemi sociali ispirati dal marxismo e intesi come tentativo di equilibrare il più possibile la distanza tra ricchi e poveri. Lo ha fatto espressamente affermando che l’alternativa a un socialismo liberale è la barbarie. Non si aspettava certo che verso la fine della sua lunga vita avrebbe dovuto sperimentare il pericolosissimo riflusso della barbarie.

Per cercare di mantenere un accettabile livello di civilizzazione bisogna dunque, come ha ripetutamente sottolineato, prendere decisamente e metodologicamente le distanze dall’astratto razionalismo cartesiano che, tra l’altro, ha di fatto contribuito a generare sia i vari modelli di stato autoritario razionalmente motivati, sia il reazionario ritorno all’irrazionale che porta al medesimo risultato della barbarie logica.

Per cercare di evitare tali rischi Morin ha proposto di sostituire la “ragione lineare” che nel suo progetto astratto di realizzazione non fa i conti con la storia concreta, con l’idea di una logica circolare e interattiva che si confronti direttamente con se stessa, con i propri eccessi e con le idee dei “diversamente opinanti”, alla ricerca, per dirla con Dewey, di una logica transazionale che scenda a patti con i vari interlocutori  e raggiunga degli equilibrati compromessi tra le diverse proposte in gioco. Una logica dunque che non si presenti come un Tutto, come l’unica forma concepibile, ma che si integri con tutte quelle altre forme logiche che, interagendo e limitandosi a vicenda, si rivelano più concrete e storicamente realistiche di quando ognuna di esse pretende di sostituirsi a tutte le altre. Morin, insomma, ha auspicato una “dialogica” sempre aperta che tenga conto del fatto che sia il contesto ambientale, sia il contesto sociale sono in continua trasformazione storica e che quindi non possono essere adeguati da un modello fisso. In questo senso la nuova Ragione si riconosce parte, anch’essa storica e integrante, di un processo fisico-organico che è strutturalmente temporale e che è, di fatto e inevitabilmente, un “Essere in perpetuo Divenire”. Un Essere che assume diverse forme e identità plurime come contesto, come società e come soggetti che compongono quest’ultima.

Tra pluridentità individuale e comune identità terrestre.

Morin, complessificando il concetto di identità storica ereditato da Hegel, ha insistito molto sul fatto che siamo caratterizzati da una pluralità di identità che si intrecciano tra di loro e che per un verso ci precedono, costituendo il contesto predeterminato nel quale ci capita di nascere, per un altro si intrecciano con gli sforzi cognitivi che nel corso del processo di formazione ognuno di noi fa per definire e raggiungere l’immagine di sé che più o meno consapevolmente intende realizzare. Si riferisce così alle identità di genere, di lingua, di religione, di cultura ma anche di contesto storico culturale nel quale ci si trova a vivere. Tutte queste varie forme sono anche tra loro diversamente distribuite e realizzate per cui la sintesi che ne deriva rende veramente ogni soggetto originale e diverso da tutti gli altri; paradossalmente, proprio per questo identificabile come uno, pur essendo il risultato di una molteplicità di aspetti confluiti comunque in una sintesi specifica e irripetibile. Tuttavia, pur nella molteplicità irriducibile di ognuno, abbiamo un’identità comune che ci lega tutti e che giustamente Morin ha definito identità terrestre o planetaria. Identità che dipende e ci accomuna proprio in virtù della comunanza delle condizioni elementari di vita che ci condizionano tutti e che quindi ci rendono “fratelli”, perché tutti accomunati non solo da un medesimo contesto ma anche da un medesimo destino, che però non è un destino nel senso tradizionale e deterministico del termine, ma qualcosa che si configura storicamente attraverso un processo di trasformazione continuo al quale, come abbiamo scoperto da meno di un secolo, noi contribuiamo in maniera determinante.  Contribuiamo con le nostre singole azioni che si intersecano con le azioni degli altri creando esiti positivi o negativi, ma che comunque non dipendono dai singoli ma dai risultati imprevedibili derivanti dall’incrociarsi di tutte le singole azioni. Preso atto di ciò il nostro compito diventa, per la prima volta, sia quello di abituarci all’esito incerto dei nostri progetti, sia al fatto che comunque, qualunque cosa facciamo, incidiamo su tutto ciò che ci circonda. Di tutto questo è necessario prendere piena consapevolezza prima ancora di valutare se ciò che facciamo sia positivo o negativo.

Una testa ben fatta per educare all’incertezza

La consapevolezza è conseguibile, però, solo se operiamo una sorta di rivoluzione metodologica ed epistemologica nel nostro modo di pensare e di agire in conseguenza. E’ necessario, allo scopo, rieducarci passando dalla ricerca della quantità alla ricerca della qualità. Esemplificando tutto ciò con un riferimento specifico, Morin ha insistito sul fatto che sarebbe necessaria una preliminare riforma educativa che ci conduca a formarci, metaforicamente, non una testa ben piena, capace di assimilare quante più nozioni possibili, ma una testa ben fatta in grado di organizzare razionalmente e organicamente quello che apprendiamo. E il primo aspetto da modificare riguarderebbe proprio la convinzione, che gli scienziati classici ci avevano dogmaticamente inculcato, di essere in grado di conseguire certezze definitive e immodificabili. A questo riguardo Morin non si è stancato di avvertirci che ciò era plausibile nell’ottica di una visione meccanicistica e ripetitiva del mondo e del suo modo di essere, ma non è più in nessun modo accettabile come modello di un mondo che adesso abbiamo scoperto essere storico e complesso, ovvero in continuo divenire imprevedibile perché risultato di un’infinità di variabili reciprocamente condizionate e modificate dal loro stesso interagire.

Questa presa di coscienza impone non solo una ridefinizione teorica, metodologica e filosofica radicale, ma anche un ripensamento a tutto tondo delle conseguenze della nostra interazione con il mondo circostanze e con le problematiche che ne derivano. Impone cioè una ridefinizione completa dei principi etici finora ritenuti fondamentali e indiscutibili.

Dall’Etica rigenerata all’Ecoetica

Fino agli inizi degli anni Sessanta del Novecento eravamo generalmente convinti che i temi fondamentali dell’Etica ruotassero essenzialmente attorno al tema politico-sociale dei rapporti degli uomini tra di loro. Questa ferma convinzione era figlia legittima della visione meccanicistica del mondo, che, deterministicamente configurata, forniva un contesto che in linea di principio non poteva subire modificazioni di sorta perché retto da leggi rigorose ed eterne. In tale contesto un “verme della terra”, come Pascal definiva l’uomo, non si poteva nemmeno permettere il lusso di pensare che la sua azione potesse incidere in qualche modo “sul corso del mondo”, di cui basta carpire i segreti per poterne prevedere le mosse e adattarsi ai loro inevitabili esiti. Tuttavia, resi consapevoli, grazie, per esempio, alle riflessioni di Rachel Carson (Primavera silenziosa,1961) e di Van Potter ( Bioetica ponte verso il futuro,1971) del fatto che la nostra tecnologia ha via via sempre più alterato e danneggiato l’ambiente nel quale viviamo e dal quale riceviamo l’energia che ci consente di vivere; quell’energia che noi stessi stiamo inquinando, danneggiandoci dunque stupidamente, è diventato urgente invertire la rotta e ridefinire radicalmente la nostra azione all’interno di un pianeta che è l’unica nostra Terra-patria comune, che dunque è necessario preservare a tutti i costi.

Da quando è diventato consapevole di questa urgenza vitale, Edgar Morin ha combattuto essenzialmente e ostinatamente su due fronti allo scopo di convincerci, per un verso, a interrompere la folle corsa verso l’autodistruzione, che abbiamo da tempo intrapreso e che continuiamo ciecamente a perseguire; e, per l’altro verso, per indurci a ripensare i principi che finora hanno costituito il fondamento della nostra etica. In altri termini, considerato che ormai appare evidente che siamo i diretti responsabili del disastro ecologico che diventa sempre più grave, diventa sempre più urgente non solo cominciare a invertire questa tendenza e elaborare una vera e propria “ecoetica” ma, innanzitutto e in via preliminare, diventa ancora più urgente rigenerare il nostro concetto di antropo-etica, per renderla adeguata alla soluzione del problema vitale che incombe su di noi e sul nostro futuro.

Il messaggio operativo che Morin ha ripetutamente lanciato e che adesso ci ha lasciato come compito fondamentale è dunque questo. Rigenerare la nostra etica antropologica per metterci in condizione di elaborare un’ecoetica adeguata alla salvaguardia del pianeta Terra, nostra Patria comune. La rigenerazione etica è imprescindibile perché, come accade a tutti i livelli, “chi non si rigenera, degenera”.


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