Navigare nell’incertezza – intervista a Fulvio Forino

Navigare nell’incertezza – intervista a Fulvio Forino

Navigare nell’incertezza. I sistemi complessi e le loro capacità

Intervista di Grautivity – Scienze Umane Integrate a Fulvio Forino, ideatore del Festival della Complessità

Nella società di oggi balena un fenomeno a cui avrai fatto caso: l’estrema incertezza. Il confine tra ciò che dipende da noi e l’imprevedibilità è veramente sottile.

In questa intervista a cura di Grautivity – Scienze Umane Integrate Fulvio Forino, ideatore del Festival della Complessità, festival diffuso e a km zero, ha affrontato il tema dell’incertezza, della complessità e delle modalità per vivere nell’epoca moderna.

Guarda l’intervista su YouTube:

Buongiorno, buon pomeriggio e buon tutto! Oggi siamo con un ospite importante, con cui mi sento onorato di condividere questa riunione. Lui è Fulvio Forino, è il founder de “Il Festival della Complessità”, un progetto permeato di un grande contenuto, che cercheremo dipanare con il nostro ospite. Ciao Fulvio!

Iniziamo, Fulvio parlaci un pochino di chi sei, del tuo progetto, di quello di cui ti occupi!

Caro Christian, sono un medico avanti negli anni e da circa trent’anni mi  occupo di comprendere e soprattutto di utilizzare un approccio sistemico in medicina  e nel  mio lavoro che mi ha portato a essere direttore sanitario di grandi ospedali e di aziende della sanità. Con il passare del tempo ho assunto sempre nuove responsabilità e il mio lavoro è diventato sempre più complesso come le realtà che ero  chiamato a gestire: una USL con migliaia di operatori o un ospedale con mille posti letto.

Il Festival della Complessità nasce nel 2010 e oggi siamo alla XIV edizione. Il Festival non è un progetto vero e proprio, è piuttosto una rete a legami deboli.  Ogni anno qualcuno entra e  qualcuno esce. È improntato decisamente all’auto- organizzazione perché è un festival diffuso e a chilometro zero, nel senso che si svolge in tutta Italia grazie a Partner Promotori, singole persone, associazioni e altri soggetti, che organizzano uno o più eventi nella propria città e nella propria realtà. Come spero facciate voi che sto conoscendo e che apprezzo.

Tutte le iniziative proposte vengono inserite nel programma che si trova nel sito del Festiva ad un’unica condizione che trattino di complessità e/o di sistemi complessi. Quest’anno ci sono due nuova tendenze; quella di tenere eventi in presenza, invece che online e quella che  molti partner promotori, come voi, si avvicinano al festival non tanto come esperti ma come persone che vogliono approfondire le tematiche della complessità perché hanno compreso che in qualche modo pensano e agiscono in modo sistemico. Questo vuol dire che l’idea della complessità e la logica sistemica stanno piano piano “percolando” nelle menti e nella società.

In che modo la complessità spiega ciò che stiamo affrontando nella società attuale, che è sempre più diversificata? Cosa riguarda questa complessità?

Ma veramente la complessità non spiega niente, se per spiegarci intendi  prevedere il futuro. Ecco, la complessità è tutta qui. Noi siamo abituati dalla scienza, dalla tecnologia e dalla nostra biologia, da come siamo fatti, a ragionare in termini di causa e effetto. Fin da bambini verifichiamo che se diamo un calcio a una palla quella si muove. Poi cresciamo e scopriamo che un  gioco, poi un cellulare o un computer si accendono se spingiamo un pulsante e che funzionano in modo del tutto prevedibile ubbidendo ai nostri comandi.

La logica lineare basata sul principio di causa effetto è una logica di cui facciamo continuamente esperienza e che l’esperienza ci conferma continuamente. In più, si sono dimostrati vincenti. A partire dal XVII secolo  la scienza ha adottato il metodo sperimentale che si basa sulla possibilità di prevedere lo svolgimento e l’esito di un fenomeno, il che ci dà l’illusione che  tutto sia regolato da poche leggi e che tutto sia prevedibile. In effetti possiamo sapere dove sarà la cometa di Halley fra trecento anni proprio come prevediamo cosa succede quando spingiamo un tasto che accende un televisore. Nessuno però può  prevedere come sarà tra venti anni suo figlio che oggi ha tre anni.

I grandi successi della scienza e della tecnologia ci portano a pensare che viviamo in un mondo da cui è possibile escludere il caso e  la contingenza e con essi l’incertezza. Siamo come quell’uomo che di notte, in un parco, sotto la luce di un lampione sta cercando un qualche cosa che ha perso. Si avvicina a una guardia e gli chiede: “Scusi, che cosa sta facendo?” E l’uomo risponde. “Sto cercando una chiave che ho perso?” La guardia gli chiede: “Ha guardato sotto la panchina? E l’uomo risponde: “No, perché sotto la panchina c’è troppo buio”.

Il buio per la scienza è la complessità, è il comportamento dei sistemi complessi perché a differenza di una macchina che risponde a un determinato input sempre allo stesso modo, un sistema complesso quando riceve un input può rispondere in molti modi, gli output possono essere moltissimi, spesso inattesi, spesso sorprendenti. Per noi è impossibile pensare che quando spingiamo un interruttore la lampadina non si accenda. Se ciò accade vuol dire che c’è un guasto che siamo di fronte  a un problema che può essere più o meno complicato ma che possiamo comunque risolvere.

Quindi diciamo che c’è una differenza tra un sistema macchina, cioè una macchina che segue la logica di causa-effetto e un sistema intero in cui ci sono delle cause e degli effetti, delle conseguenze molteplici.

Certo, per noi umani l’ossessione di prevedere il futuro è una cosa inevitabile. Se pensiamo all’epoca in cui stiamo vivendo capiamo con immediatezza che non c’è una soluzione semplice o complicata per il risolvere il problema del riscaldamento climatico, né per risolvere le guerre che tante popolazioni stanno subendo. Perché non c’è “una” soluzione? Perché le variabili sono moltissime, perché nessuno può immaginare come e se si amplieranno le guerre oggi in corso. Se il mondo fosse una macchina e noi esseri umani dei robot potremmo prevedere esattamente il nostro futuro. La complessità ci dà un insegnamento importante, non dobbiamo rassegnarci all’imprevedibile, dobbiamo apprendere a navigare nell’incertezza che, come dice Morin, ci tiene svegli, vigili e pronti a reagire all’inatteso.

Non solo, ma stare nell’incertezza significa dover cercare qualcosa, cioè andare oltre ciò che noi sappiamo. Inter-essere significa “stare tra” ed è interessante tutto ciò che sta fra ciò che già conosciamo e ciò che non conosciamo, tra il sapere e il non sapere. E allora la complessità è interessante perché ci spinge a andare oltre la logica lineare; ad esempio a guardare alle relazioni. Se studiando l’acqua a nostra attenzione si concentra sulla sue molecole non capisce molto perché l’acqua può assumere tre stati: liquido, solido, gassoso.

Come sappiamo, ciò non dipende delle molecole di ossigeno e idrogeno che rimangono uguali a sé stesse, ma dal tipo di relazione che stabiliscono tra loro in funzione dalla temperatura ambientale.

Stando in relazione fra loro in modo diverso formano il ghiaccio, il vapore o un liquido, appunto, in base alle condizioni ambientali. La cosa stupefacente è che l’idrogeno è un gas altamente infiammabile e l’ossigeno è il comburente indispensabile alla combustione ma insieme formano l’acqua che spegne il fuoco.

C’è un qualche cosa di miracoloso nelle relazioni che stringiamo nel corso della nostra vita. Fanno di ciascuno di noi un caso unico e irripetibile che emerge come tale dalle relazioni e dalle esperienze che facciamo nei diversi contesti in cui si svolge la nostra vita di relazione, ovvero dalle relazioni che stabiliamo fin da quando nasciamo con i nostri familiari, a scuola, con i nostri amici, al lavoro tutti contesti in cui condividiamo con altri la particolare cultura in cui siamo immersi.

Per noi esseri umani i contesti in cui viviamo sono importanti come lo è la temperatura per l’acqua. Così, un insegnante può entrare in relazione con i suoi alunni considerandoli  “oggetti” da plasmare o da far funzionare, menti in cui in-segnare, segnare-in, imprimere delle nozioni. Se invece si dispone a considerarli dei soggetti cercherà di creare un contesto in cui sia possibile stabilire con loro una relazione basata sul dialogo.

Come dice Gregory Bateson, la relazione viene prima. Altre domande?

Assolutamente, ne avrei tante di domande! Dal tuo punto di vista, c’è un modo per ammaestrare e dominare questa complessità in maniera strategica? In che modo si può creare una strategia o una collaborazione per stimolare questa capacità creativa degli alunni, dei bambini e anche degli insegnanti?

Bene, quando ho iniziato a ragionare di complessità e di sistemi complessi era veramente difficile orientarsi. Non se ne discuteva assolutamente. Sto parlando della metà degli anni ottanta del secolo scorso. Credo che oggi le menti siano più pronte più aperte ad accogliere la cultura della complessità. Credo che il primo passo per inoltrarsi nella complessità sia pensare sé stessi come un sistema complesso. Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che dovremmo guardare a quelle che vengono chiamate caratteristiche o proprietà dei sistemi complessi e che da qualche tempo ho iniziato a concepire come loro capacità. Se riusciamo a capire che ognuno di noi è un sistema complesso che ha delle capacità “sistemiche” forse riusciamo anche a capire che gli altri sono sistemi complessi che hanno le nostre capacità.

Nella discipline relazionali questo ha molte conseguenze. In questo momento parlando con te sto esprimendo delle capacità. Senza interventi o controlli esterni il mio cervello sta modificando dei circuiti neuronali, la mia mente si sta auto-riorganizzando, il mio organismo sta rinnovando sé stesso, si sta auto-riparando eliminando e sostituendo autopoieticamente miliardi di cellule deteriorate; la stessa cosa sta accadendo a te. Entrambi stiamo reagendo, con la nostra intelligenza emotiva a quanto sta avvenendo durante questa conversazione. Io ce la sto mettendo tutta, sto rispondendo  alla tue domande senza che nessuno mi suggerisca cosa  devo dire o come dirlo. Tutte queste sono capacità.

Poi devo capire che sono un caso unico, che non ci sarà mai un’altra persona come me o come te. Oppure devo pensare che questa intervista on line è un contesto che ci condiziona. Poi devo pensare che non sapevamo in partenza come sarebbe andato a finire questo nostro incontro, che spero che vada bene! Quindi nella nostra vita siamo continuamente nell’imprevedibile e nell’incerto. Prima di iniziare non riuscivamo a collegarci. Per un concatenarsi di piccoli eventi il mio telefono si era scollegato; nella nostra vita c’è la contingenza. Quando mi hai contattato per fare questa intervista io non sapevo come avrei reagito al tuo invito e neanche tu lo sapevi. Io potevo essere un vecchio scontroso che ti attaccava il telefono e non un persona giovanile come tu mi hai descritto con una battuta che ci ha aiutato a disporci a collaborare.

Quindi potevamo reagire entrambi in modo diverso, poi ci siamo intesi ed è stato piacevole. La reattività è una delle tante capacità sistemiche. È importante perché permette a ogni organismo, a ogni sistema complesso aperto così come a noi esseri umani, di reagire a un’avversità, di adattarci ai cambiamenti che avvengono nella società che influenzano la nostra vita.

Mi rendo conto che fin qui ho usato parole come dialogica, autopoiesi, reattività, auto-organizzazione che nel linguaggio corrente sono assenti o hanno un significato diverso. Ad esempio, la parola emergenza nei dizionari ha il significato di urgenza, criticità, allarme e non quello di emersione che è una proprietà fondamentale di ogni sistema complesso che “emerge” da una rete di relazioni che più elementi stabiliscono tra loro all’interno di un confine. Ho sempre pensato che ciò può creare una difficoltà ed è per questo che cerco di esprimermi con esempi e metafore che facilitano la comprensione di quello che via via si va dicendo.

Si pensa magari all’urgenza, alle emergenze, alle ambulanze?

Esatto, e questo mi porta a fare un’altra considerazione. Mi sono sempre occupato di complessità e di sistemi in medicina e nel management della sanità, e confesso di aver sempre avuto difficoltà a intendermi, ad esempio, con fisici o con ingegneri. Il campo del nostro sapere e la professione che esercitiamo costituiscono un contesto che plasma la nostra particolare visione del mondo, rendendo difficile un colloquio interdisciplinare anche tra persone che condividono uno sguardo sistemico sulla realtà.

Tornando alle nostre capacità sistemiche, se sappiamo di averle viene più facile pensare che le hanno anche i nostri allievi, i nostri alunni, i nostri discenti o l’ospedale o l’impresa che dirigo. Tra queste capacità vi è quella di riflettere sulle nostre esperienze per poi auto-apprendere da esse e  auto-generare autopoieticamente nuove conoscenze e saperi. Se non fosse così fare il docente vorrebbe dire solo trasmettere nozioni preconfezionate o per il direttore sanitario di un ospedale scrivere e mandare in giro regolamenti e circolari. Qualunque apprendimento è un auto-apprendimento, nel senso che da una lezione ogni alunno apprende qualche cosa di particolare e di diverso da ogni altro.

Un’altra capacità sistemica è l’auto-organizzazione, che non significa anarchia ma che consiste in un continuo processo che si svolge, ad esempio in una classe, non senza regole ma in base a semplici regole locali e personali. Detto questo si può immaginare che oltre alle comunque necessarie lezioni frontali un insegnante può utilizzare più o meno frequentemente attività autorganizzate e ottenere risultati inaspettati. Ad esempio, se vuole che gli alunni formino dei gruppi di lavoro, due sono le cose. Può dire: “Paolo, Marco, Antonio, Giovanni e Lucilla, voi formate un gruppo”. Oppure può dettare delle semplici regole che gli alunni devono seguire nell’auto-formare dei gruppi di lavoro. Può imporre a ciascun gruppo un argomento da trattare oppure può dettare la regola secondo cui sia la classe “in plenaria” a formare un elenco di argomenti  e da cui estrarre quelli più interessanti lasciando che ogni gruppo scelga quello che più gli interessa. Poi c’è il metodo di lavoro.

È evidente che i ragazzi trattando un argomento che “sentono” interessante metteranno in gioco la loro intelligenza emotiva e che nell’elaborare una mappa concettuale, ad esempio di storia, collegando tra loro  battaglie, date, nomi capiranno che le “nozioni” sono indispensabili per ragionare e non solo per superare una verifica o un test. In poche parole, ragionando in termini sistemici se un insegnante adotta un metodo che crea un contesto in cui i suoi alunni si allenino a sviluppare le loro capacità sistemiche, li avrà trattati non come oggetti ma come soggetti capaci di apprendere e, soprattutto, di ragionare. Naturalmente questo insegnante dovrà fare i conti con la propria ansia di controllo e con l’incertezza. Infatti, non sa come andranno le cose, ma, ne sono sicuro, andranno sorprendentemente bene; provare per credere.

Mi viene in mente che tanti anni fa, quando ero agli ultimi anni del liceo, noi “alunni”  eravamo trattati come babbei, come pappagalli. Le ricerche che auto-organizzavamo su argomenti che ci coinvolgevano erano viste malissimo. Di fatto imparavamo a ragionare e apprendevamo sulla storia o su Dante Alighieri più cose di quelle che ci venivamo somministrate in ore e ore di lezione. Solo dopo moltissimi anni ho capito quello che allora non potevo capire; erano occasioni di auto-organizzazione dell’apprendimento e di autopoiesi della conoscenza. 

Insegnanti, formatori, psicoterapeuti, counselor, coach sanno che per rapportarsi con l’altro è essenziale che si creino un contesto e una relazione tali da permettere all’altro di sentirsi capace di auto-mobilitare le sue capacità sistemiche per auto-reagire alle difficoltà in cui si trova auto-sviluppando nuove immagini e nuove conoscenze di sé così da auto-ripararsi e auto-rigenerare sé stesso. E ciò avviene solo se riesce a pensare di essere capace di fare tutto ciò e se capisce che  nessuno può farlo al posto suo.

Infatti, la cosa che più mi stupisce, è che il modo migliore, molto spesso, per riuscire ad essere proattivi all’incertezza, è il fatto di porsi domande e di trovarsi a risolvere i problemi. Quindi, in certo senso, riuscire a collaborare, riuscire a comprendere i problemi che ci stanno muovendo e, in base a queste capacità, mettersi anche in collettività e arrivare a nuove soluzioni anche inaspettate. Io faccio l’educatore, quindi vedo l’insegnamento per com’è attualmente e c’è una sorta, come dicevi tu prima, di indottrinamento. Quindi Come organizzarsi e cos’è questa organizzazione? Come porsi domande?

Penso che sia importante saper “leggere” i sistemi complessi e comprendere come funzionano. Per “leggerli” bisogna tenere presenti  alcuni concetti come quello di dialogica, che è il principio secondo cui due idee, due qualità opposte e contrarie sono complementari. Per esempio non riusciamo a capire il giorno senza la notte, il nero senza il bianco perché li consideriamo tra loro contrapposti e non complementari. Io non sono buddista, ma il simbolo Zen, un cerchio diviso in due parti separate da una linea mi fa venire in mente che ogni cosa ha un suo opposto complementare. Immaginiamo che le due parti, una bianca e una nera siano il giorno e la notte. Quel cerchietto  nero che nella parte bianca mi ricorda che nel giorno c’è qualche cosa della notte: l’alba. Allo stesso modo il cerchietto bianco che sta nella parte nera mi fa pensare che  nella notte c’è qualche cosa del giorno.

Con questo esempio voglio dire che il nozionismo e ragionamento sono complementari, che ognuno dei due contiene in sé un qualche cosa dell’altro e che hanno senso solo l’uno in funzione dell’altro. Non possiamo ragionare se non abbiamo senza nozioni da collegare. Le nozioni senza la capacità di collegarle servono a molto poco. È un po’ come dire che in una coppia donna uno si deve confondere con l’altro restando però sé stesso. Una cosa è fondersi, un’altra è confondersi. Fondersi con l’altro significa entrare in grande sintonia, vibrare all’unisono, però è altrettanto importante sconfondersi, rimanere sé stessi in modo che ci sia un angolo di mistero, un angolo di noi che l’altro non conosce e che per l’altro è interessante e avvincente esplorare.

Tornando al concetto di complessità, mi viene da dire che la complessità esiste perché esistono i sistemi complessi che la generano, e che i sistemi sociali sono caratterizzati da una grande complessità per il semplice fatto che i suoi componenti siamo noi umani, tra tutti i viventi i sistemi complessi dotati della maggiore libertà e imprevedibilità  di comportamento. Che ne dici? Possiamo chiudere qui questa chiacchierata così com’è venuta? 

Io sarei rimasto ad ascoltarti per ore, perché è un tema che secondo me è veramente molto interessante e dovrebbe essere più diffuso a macchia d’olio, perché percepisco che tante persone, appena c’è il minimo di rischio, opportunità o incertezza di fronte, hanno un po’ il tremolio.

Ragazzi vi invito a seguire “Il Festival della Complessità” sul sito, dove troverete  da metà maggio fino a metà luglio eventi online e in presenza. Ti saluto Fulvio, grazie di essere stato nostro ospite!


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