I media e la geopolitica complessa in questi tempi di guerra
di Pino Gullà
L’articolo del professore Giuseppe Gembillo sulla presa di coscienza della complessità che “emerge” durante la nostra vita, mi ha fatto riprendere il libro che avevo appena finito di leggere: “Atlante delle bugie” di Francesco Petronella, Paesi Edizioni. Un saggio di geopolitica complessa rivolto al lettore e non solo perché si orienti nel caos bellico che stiamo drammaticamente vivendo. Uno strumento utile per individuare nei media e nella miriade di siti l’informazione corretta: “Come gestire le fonti estere e distinguere una notizia vera da una fake news”. Petronella è giornalista professionista di livello; lavora presso l’Istituto per gli studi di politica internazionale; ha fornito analisi per il magazine Atlante di Treccani; ha collaborato alla redazione dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2023; collabora con testate giornalistiche importanti; si occupa, in particolare, degli Esteri. È stato invitato più volte alla rassegna stampa di Rai News 24.
Prima di entrare nel merito dei contenuti, riporto in sintesi quanto scritto nella quarta di copertina per dare un’idea immediata di quello che viene raccontato nel libro, ovvero l’informazione internazionale mainstream (dominante): un fiume vorticoso in cui c’è di tutto: anche notizie senza fondamento, di propaganda, veicolate per interesse. Nell’era delle fake news, dei social network tutti hanno la possibilità “di accedere alle fonti e creare dei contenuti virali dove diventa più complesso” comprendere i fatti.
Leggendolo, mi sono reso conto di come la consapevolezza della complessità aiuti “a riconoscere le fonti attendibili ed evitare le trappole della disinformazione”. Così pagina 7: “[Attraverso i social] chiunque può accedere a innumerevoli fonti e […] creare un contenuto informativo con bassi costi e alte potenzialità di diffusione. Tutto a detrimento delle capacità di comprensione di realtà multiformi, ma volutamente semplificate per evitare una concreta presa di coscienza della complessità degli eventi”. Allo stesso modo di quanto sostiene il filosofo Gembillo, a livello speculativo: “Che significa dunque vivere nella complessità…? Significa che finalmente cominciamo ad esserne coscienti. […] Insomma, vivere nella complessità oggi significa per noi essere coscienti di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda”. E Petronella cita il filosofo francese Jacques Derrida a pagina 39 e nell’ultimo capitolo, a pagina 140: “Il giornalismo non informa sui fatti, ma informa i fatti”.
L’indagine dell’autore sugli avvenimenti di guerra riguarda il Medio Oriente, l’Africa settentrionale, l’Europa dell’Est. In particolare Siria e Ucraina. Durante la lettura ho “visto” l’Atlante delle bugie nella mia mente senza le mappe o le cartine tematiche che di solito ci sono nelle riviste di geopolitica. Comparivano nella mia testa attraverso la descrizione efficace dei vari fatti, lucidamente narrati avvenimenti recenti e meno recenti; poi la miriade di movimenti, islamizzati e non; l’intervento delle superpotenze. Petronella fa una disamina dettagliata delle guerre in corso raccontate con la parola, ma che richiamano immediatamente alle immagini, riportando le notizie online e della carta stampata; il cambiamento epocale che c’è stato con il digitale, i social e i motori di ricerca; le fonti primarie, le secondarie, la loro affidabilità.
L’autore è consapevole della complessità geopolitica nelle singole aree. A riprova qualche cenno sulle organizzazioni politiche, patriottiche, militari, paramilitari, terroristiche, a seconda dei punti di vista. Solo alcune, l’elenco completo sarebbe lunghissimo. Da pagina 84 del libro: “Hamas, gruppo sunnita palestinese nato da una costola della Fratellanza musulmana; Hezbollah, partito-milizia libanese e sciita; il gruppo Jihad Islamico, filo iraniano; (…) le milizie sciite irachene”. Considerati da Israele terroristi; patrioti da alcuni Stati islamici, da altri no. La citazione che segue, a mo’ di esempio, ci permette di cogliere la complessità mediorientale, evitando di entrare nella galassia dei gruppi etnici e politici e … perdersi: “Un riferimento alle Ypg, le unità di protezione del popolo, a maggioranza curda, che in Siria hanno avuto un ruolo determinante contro lo Stato Islamico (l’Isis). (…) Le Ypg sono considerate da Ankara gruppi terroristi. In altri termini <<terroristi che combattono contro altri terroristi>>, quelli cioè dell’auto proclamato Stato islamico”.
Nella guerra civile siriana sono intervenuti attori stranieri (la Russia, gli Usa) o regionali (la Turchia). In difesa del regime di Assad anche il partito-milizia libanese di Hezbollah. A fianco dei ribelli la Turchia con aiuti economici e logistici. Il virgolettato dell’autore: “In questo scenario complesso e stratificato (…) Erdogan ha giocato una partita a sé” (p. 91).
Per il contesto siriano, le operazioni hanno a che fare con l’affidabilità della notizia: accertarsi della fonte primaria attraverso i motori di ricerca; leggere attentamente la gestione dell’homepage e Chi siamo (il nome del direttore, dell’editore). Si raccomanda soprattutto di discernere affidabilità, parzialità e propaganda. Petronella non ha dubbi nell’affermare che “tutte le fonti sono, per definizione di parte” Ciò non vuol dire che “sono anche fonti di propaganda o addirittura megafoni di fake news”. L’importante è concentrarsi sulla singola notizia: “Capire fattivamente l’origine dei media che consultiamo, la loro mission e – soprattutto – da chi sono finanziati”. Si entra nella complessità dei motori di ricerca, e delle homepage. Nella maggior parte dei casi si scopre che le notizie risultano “quasi sempre fluide, frammentarie e incerte” e allora il consiglio è quello di incrociare le fonti; lavoro che deve essere fatto non solo dal redattore, ma anche dal lettore.
Fondamentale la conoscenza delle fonti dei diversi quadri geopolitici. Per comprendere come sia pernicioso il virus delle bufale, il caso di alcuni articoli di Repubblica. Il primo pezzo non firmato titolato “Siria, le narrazioni fasulle dell’Osservatorio siriano sui diritti che copre i crimini dei cosiddetti ribelli”. L’articolo iniziava con i 28 civili uccisi dai raid aerei russi e del regime di Assad nella Ghouta orientale e si chiudeva “nell’ennesima invettiva contro l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr)”, considerato una fonte inattendibile che copriva i crimini dei ribelli etichettati come terroristi dell’Isis; l’immagine ritraeva miliziani del gruppo terrorista che nella Gouta non erano presenti. Successivamente in Repubblica era stato modificato l’articolo, questa volta firmato, con un altro titolo: “Chi c’è dietro l’Osservatorio dei diritti?”. In breve tempo la terza versione, non firmata, dal titolo: “Il difficile mestiere di informare”. Repubblica si scusava con i lettori per la fake news e anche il giornalista attraverso un tweet. Ma il danno era stato fatto: la prima versione era arrivata sui social. Non solo. Si era scatenata una moltitudine di siti improbabili “in odore di <<rossobrunismo>>, come viene definita quella unione tra le frange più estreme del panorama politico, dove convergono radicali di destra e di sinistra. (…) Avevano descritto il pezzo di Repubblica come una crepa inaspettata e meravigliosa in un impianto di menzogne ben radicato” (p.94).
Fino al 2011 Assad era considerato il capo dinastico di un regime autoritario responsabile di arresti, torture, uccisioni da parte dei servizi segreti e violazione dei diritti umani, tutto documentato da parte di Human Rights Watch e Amnesty International. Oggi, con l’aiuto dei media russi (Sputnik, Rt, Ruptly,) la narrazione è completamente diversa. Viene considerato nelle diverse circostanze, e con opportunismo, ora come “baluardo dell’Occidente contro l’Isis” ora “come protettore dei cristiani. (…) Araldo del nazionalismo arabo contro lo Stato d’Israele in favore dei Palestinesi, nonostante negli ultimi anni abbia causato più morti palestinesi nei campi profughi che lo Stato ebraico stesso” (p.97).
In Italia e in alcuni Stati Europei Assad ottiene favori da parte di movimenti di estrema destra e sinistra; simpatie di leader di partiti populisti; giornali di area cattolica “tessono le lodi”. Tale operazione d’immagine non veritiera è stata possibile per merito dei media russi. Un esempio: “A novembre del 2017, il ministero della difesa russo diffuse sui suoi account Facebook e Twitter – in russo, inglese, arabo- immagini satellitari che offrivano <<la prova inoppugnabile>> della collaborazione tra Usa e Isis in Siria. Tali fotogrammi ritraevano camion di miliziani Daesh intenti a lasciare la località di Al-Bukamal – nell’est del Paese- dopo aver recuperato armi e bagagli sotto l’occhio benevolo degli americani”. Si scatenarono i social, ma il giornalismo investigativo Bellingicat scoprì la fake news: era un’immagine tratta “da un videogame di strategia bellica chiamato AC-130 Gunship Simulator”.
Vediamo adesso come la situazione complessa della Siria mette in difficoltà anche Al Jazeera, considerata l’emittente più importante del mondo arabo. Petronella prende in esame un articolo del potente mezzo di informazione: Un attacco condotto il 31 dicembre 2020 contro un autobus nei pressi di Deir Az Zor, nell’est della Siria. (…) Cinicamente potremmo parlare di <<strage ordinaria>>. Si tratta di un pezzo composito, in cui vengono utilizzate diverse fonti per tentare di ricostruire l’accaduto. (…) 25 persone uccise. (…) Subito dopo viene indicata la fonte, ossia i media di Stato siriani (qualche rigo più tardi verrà precisato che si tratta dell’agenzia Sana). Al rigo successivo, però, vengono immediatamente citati <<residenti e disertori>> secondo i quali si è trattato di un attacco diretto non contro civili ma contro forze militari pro-Assad” (p.114). L’ultima parte del virgolettato si riferisce a fonti locali. Al Jazeera <<lascia intendere>> che sono stati uccisi militari di Assad: “L’attacco (…) è avvenuto in un area presidiata principalmente dall’Esercito siriano” (ibid.). L’ Osservatorio per i diritti umani (Sohr) conferma l’attacco contro obiettivi militari. Nel prosieguo dell’articolo nuove fonti: 30 militari uccisi della quarta brigata siriana. Ancora altri particolari del direttore di Sohr, Rami Abdel Raman intervistato dall’agenzia francese Afp: “Gli aggressori hanno fatto esplodere alcune bombe prima di aprire il fuoco sull’autobus. Altri due autobus sono riusciti a fuggire. (…) in particolare viene spiegato che, nonostante la caduta di Raqqa e altre perdite territoriali lo Stato Islamico continua a rappresentare una minaccia nell’area” (p.115). <<Un quadro complesso>>. Al Jazeera cita tante fonti: locali, militari e civili; ma gli interrogativi rimangono, non si comprende bene cosa sia effettivamente accaduto: “Le vittime dell’attacco sono 25 o 30? Si tratta di civili e di qualche militare o in prevalenza di truppe regolari e irregolari che combattono per Assad? È stata veramente coinvolta la Quarta brigata?”. L’unica notizia certa è che l’attacco c’è stato. Le altre notizie sono <<fluide, frammentarie e incerte>>; non a caso siusa spesso il condizionale. Gli esempi di Repubblica e di Al Jazeera ci confermano che bisogna <<incrociare le fonti>>, in particolare in un contesto geopolitico complesso come quello siriano.
Sulla guerra tra Russia e Ucraina Petronella ci dà un altro quadro complesso e quindi con maggiori notizie, fonti e retroscena, insieme alle news note diffuse da alcuni quotidiani. Inizia con l’evento shock: l’invasione dell’Ucraina da parte delle Federazione Russa il 24 febbraio 2022. Sconvolta la politica internazionale e naturalmente i media mondiali, come se non fossero bastati due anni di pandemia per il Covid. Fari puntati sullo Stato dell’Est europeo, in molti colti di sorpresa: non se l’aspettavano. Media, politica e opinione pubblica non hanno dato importanza ad alcuni fatti che annunciavano i venti di guerra: “Vladimir Putin pronunciava il celebre discorso alla nazione in cui formalizzava il riconoscimento delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Per la comunità internazionale, invece, i due territori del Donbass continuano ad essere a tutti gli effetti sotto la sovranità territoriale di Kiev. Nella serata del 23 febbraio, i due leader separatisti Denis Pušilin e Leonid Pasecnik hanno chiesto al Cremlino assistenza per respingere <<l’aggressione delle forze ucraine>>, passaggio definitivo per dare il via all’offensiva vera e propria. (…) L’invasione russa era stata preannunciata ampiamente da fonti militari e d’intelligence americane. Persino Biden aveva lanciato l’appello, ricevendo per tutta risposta un invito alla calma da parte di Zelensky, che in sostanza gli chiedeva di non creare panico per evitare scompensi all’economia ucraina” (p.118). Giorni prima esercitazioni militari congiunte dell’esercito russo in Bielorussia; quindi l’invasione. Nelle prime settimane di guerra i giornali italiani hanno fatto passare l’idea che Putin avesse reagito alle <<provocazioni>> della Nato e in generale agli <<errori>> dell’Occidente. Petronella sottolinea con la matita blu l’errore degli Usa <<di marginalizzare a livello diplomatico>> Mosca, mentre <<l’autocoscienza russa si percepiva>> ancora come potenza imperiale alla pari con Usa e Cina. L’isolazionismo è diventato più marcato dopo l’invasione della Crimea: Mosca fuori dal G8, quindi diventato G7. Qualche cenno per non dimenticare la storia del secolo scorso. Negli anni Novanta <<la promessa tradita>> del segretario di Stato Usa James Baker durante un incontro con Michail Gorbaciov: la Nato non sarebbe avanzata verso Est. Ma non era un accordo firmato. Per quanto riguarda l’allargamento della Nato, Petronella sottolinea che si tratta di <<invito>> verso i Paesi che desiderino di entrare per avere protezione: “I membri possono invitare, previo consenso unanime…”. Ma l’Ucraina diventerà alleato dopo la guerra, se attuerà alcune riforme. Mentre Ungheria, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia lo sono già. Ciò ha contribuito a creare in Russia (specialmente in Putin) la <<sindrome da accerchiamento>>. Al contrario, non sono per niente preoccupati Tallinn, Riga e Vilnius, rispettivamente capitali dell’Estonia, Lettonia e Lituania, pur essendo vicini a Kalliningrad (città della Russia) dove sono stati installati i missili a testata nucleare. Secondo Petronella l’altro errore è stato verosimilmente <<lasciar credere>> che il Cremlino poteva fare quello che voleva: “Per intenderci la Russia ha invaso la Georgia nel 2008, nel 2014 ha preso la Crimea e il Donbass con il sostanziale beneplacito di Obama e dell’Occidente” (p. 122). In quegli anni era importante per gli Usa l’accordo tra Russia e Iran sul nucleare che verrà siglato nel 2015. In quel periodo Mosca era attiva in Libia e nel Sahel; Inoltre per sedare alcune rivolte, “era intervenuta nel Kazakhstan a gennaio del 2022 tramite il Csto, Organizzazione di sicurezza collettiva di cui fanno parte Armenia, Bielorussia, Kazakhistan, Kirghizistan, Tagikistan e, ovviamente, Russia” (ibid.). C’erano stati dei tentativi per fare entrare Kiev nell’Alleanza. Non mancavano le esercitazioni militari congiunte tra Russia e Bielorussia da una parte; dall’altra tra Ucraina e forze occidentali come l’operazione Brezza marina. Sugli errori di Kiev, maggiore autonomia bisognava dare alle repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk. E poi la strage dei russofoni nel Donbass. Man mano che si approfondisce l’indagine sull’invasione dell’Ucraina emerge la complessità delle problematiche. Quando Putin ha parlato di <<denazificazione>> dell’Ucraina si riferiva alle operazioni <<subappaltate>> da Kiev “a formazioni di combattenti private spesso con simpatie nazionalistiche non trascurabili”. Per i media russi era il battaglione Azov. Faceva da contraltare il gruppo mercenario russo Wagner.
La guerra tra Russia e Ucraina viene trasmessa <<in diretta mondiale>> da parte di entrambi i contendenti attraverso Telegram, Twitter, Instagram, con inviati di radio, tv, giornali sui luoghi del conflitto tramite collegamenti in presa diretta in tutte le fasce orario. Si tratta sicuramente di una situazione geopoliticamente complessa con una miriade di informazioni su cui diventa difficile orientarsi e, comunque, bisogna cercare di farlo. Di fronte alle telecamere in territorio ucraino non solo militari: famiglie, soccorritori, funzionari politici, sindaci, governatori regionali; visite di solidarietà dei rappresentanti degli Stati occidentali e del Parlamento europeo a Zelensky. Invece maggiore presenza di soldati e lunghe file di carri armati dall’altra parte; cerimonie ufficiali, stadi gremiti con il richiamo alla identità russa; proteste giovanili contro la guerra, soffocate sul nascere; incontri bilaterali tra Putin e i rappresentanti politici occidentali impegnati vanamente nell’opera di convincimento per porre fine ai combattimenti. Secondo il sottoscritto, la differenza l’ha fatta Zelensky, come ritorno efficace di immagine verso la popolazione civile, i militari del proprio Paese e gli organismi internazionali. Numerosi i collegamenti in videoconferenza davanti alla politica internazionale, anche le visite nei diversi Stati dell’Occidente. Per Petronella: “Una frequenza che non ha precedenti nella storia delle relazioni internazionali”.
Anche nella guerra tra Kiev e Mosca è fondamentale <<vagliare>> le rispettive propagande e, di conseguenza, le fonti. L’informazione ucraina: Ukriform, Kyiv Indipendent; l’informazione russa: Sputnik, Ria Novosti, Tass, Interfax; vanno aggiunti i nuovi media. Un lavoro di documentazione molto complesso. A riprova ho scelto le pagine 134-135, dove si racconta il bombardamento del teatro civico di Mariupol: “La struttura era utilizzata come rifugio di numerosi civili, forse mille, compresi donne e bambini. Le autorità di Kiev parlano nell’immediato di centinaia di morti. Il primo bilancio si ferma a quota 300. Gli Ucraini puntano il dito contro le forze di Mosca che in quel momento cingevano d’assedio la città. (…) Sul pavimento esterno -dietro e davanti al teatro- i residenti avevano scritto <<bambini>>in cirillico. Un invito a non colpire la zona”. Altre le versioni di Mosca. L’ambasciatore russo all’Onu nega. E ancora: “la portavoce del ministro degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, sostiene che sono stati gli Ucraini a colpire la struttura per poi dare la colpa in un classico meccanismo di false flag [oscurare l’effettiva fonte e incolparne un’altra]. Le milizie che combattono per l’autoproclamata Repubblica del Donetsk, invece affermano che sono stati i militanti del battaglione di Azov a far esplodere dall’interno del teatro. Infine, fonti militari russe evidenziano che il teatro era usato come rifugio non da civili ma da soldati. (…) I Russi, dopo aver conquistato la città, a inizio maggio sgomberano il teatro dalle macerie ed evacuano gli ultimi superstiti. (…) Diversi osservatori ritengono [che sia stato] un tentativo di eliminare le evidenze residue di possibili crimini di guerra e rendere impossibile stabilire un bilancio definitivo delle vittime”.
Per fare emergere la verità l’Associated Press ha fatto un lavoro <<lento, attento e preciso>>: “Pubblica un lungo articolo in cui incrocia testimonianze dirette dei residenti e informazioni Osint. Questa parola significa Open-source intelligence, ovvero quella serie di attività che permettono di ottenere informazioni tramite l’osservazione di contenuti-video, immagini e foto satellitari- disponibili pubblicamente”. Dalla ricerca fatta viene fuori che <<non c’erano militari di alcun tipo>>; che il bilancio delle vittime è maggiore; che si è trattato di un bombardamento aereo “su di una struttura, dicono i testimoni, utilizzata come rifugio da centinaia di civili”. Un lavoro ben fatto “suffragato da immagini, video e -soprattutto- dalla viva voce dei testimoni”. Le conclusioni del libro richiamano nuovamente la citazione su Derrida. Il finale ci riporta alla coscienza della conoscenza di Gembillo e alla filosofia della Complessità che caratterizza la XIV edizione del Festival: “Viviamo in un mondo complesso e multipolare, all’interno del quale una corretta informazione è forse l’unica bussola a nostra disposizione”.
