Quale umanità? Tra libertà e programmazione

Quale umanità? Tra libertà e programmazione

Quale umanità? Tra libertà e programmazione

di Fabrizio Rossi

Nell’epoca che stiamo vivendo che possiamo definire di discontinuità radicale rispetto al mondo che credevamo di conoscere, con le sue certezze e i suoi ritmi prevedibili, ci troviamo di fronte a sfide inedite.
L’accelerazione tecnologica, la digitalizzazione pervasiva e la proliferazione di informazione e disinformazione, che ci portano a parlare di post-verità, ci confrontano con una complessità che sfida la nostra capacità di comprensione e adattamento. Siamo costantemente immersi in un flusso di stimoli, dove la logica binaria degli algoritmi sembra progressivamente sostituire la ricchezza e la complessità delle relazioni umane. Le promesse e le minacce del transumanesimo e le riflessioni sul post-umanesimo ci proiettano verso futuri incerti, rendendo sempre più labile il confine tra uomo e macchina. Di fronte a questo scenario, sorge spontanea la domanda: cosa significa essere umani in un’era dominata dalla tecnologia? Quale spazio rimane per la libertà individuale in un mondo sempre più programmato e automatizzato? Siamo destinati a diventare appendici di un sistema algoritmico o possiamo ancora rivendicare la nostra unicità, la nostra capacità di scelta e la nostra essenza più profonda?

Uno degli aspetti più critici di questa nuova realtà è quella che può essere definita la “dittatura del conosciuto”. Gli algoritmi, infatti, tendono a mostrarci contenuti simili a ciò che già ci piace, conosciamo o approviamo. Creano così una “bolla” in cui siamo costantemente esposti solo ad informazioni e opinioni che confermano le nostre convinzioni preesistenti, colludendo con la nostra naturale tendenza al risparmio energetico cognitivo. Questo fenomeno limita drasticamente la nostra esposizione alla diversità, alla novità e al dissenso, privandoci della possibilità di essere messi in discussione e di confrontarci con prospettive diverse, assecondando la nostra ricerca di una rassicurante identità fissa. A livello cognitivo, ciò può portare a un impoverimento del pensiero critico, a una maggiore suscettibilità alla disinformazione e a una polarizzazione delle opinioni, oltre che a un’identificazione rigida con categorie, gruppi o idee. L’autoreferenzialità e il continuo rimbalzo delle nostre stesse opinioni creano una sorta di “camera dell’eco” in cui il dialogo autentico e il confronto costruttivo, caratteristiche peculiari della nostra umanità, diventano impossibili. Nel mio saggio “Il cerchio della vita”, l’ho descritta “una cultura di specchi dove l’ego individuale tende a riflettersi in modo narcisistico. Ciò significa, assenza di relazione, come Narciso completamente rapito dalla propria immagine“. Edgar Morin, in “La testa ben fatta”, sottolinea che “la comprensione permette di considerare l’altro non solo come ego alter, un altro individuo soggetto, ma anche come alter ego, un altro me stesso con cui comunico, simpatizzo, sono in comunione. Il principio di comunicazione è dunque incluso nel principio d’identità e si manifesta nel principio d’inclusione“.

Parallelamente, l’abbondanza di informazioni, la velocità con cui ci vengono proposte e la natura spesso frammentaria dei contenuti online favoriscono un approccio superficiale alla conoscenza; “scrolliamo” velocemente da un argomento all’altro senza mai approfondire veramente. Questo può portare a una perdita di capacità di concentrazione, di riflessione e di pensiero critico. Ci abituiamo a consumare informazioni in modo passivo, senza elaborarle né metterle in discussione. A livello emotivo, questa superficialità può tradursi in una minore empatia e in una difficoltà a comprendere le sfumature e le complessità delle esperienze umane. Si delinea così un contrasto tra il pensiero algoritmico e quello umano. Il primo è basato su regole precise, logica binaria, ottimizzazione e prevedibilità, risultando efficiente ma privo di flessibilità, creatività e intuizione. Il secondo, al contrario, è complesso, molteplice, “contraddittorio”, capace di astrazione, immaginazione ed empatia, e in grado di gestire l’incertezza, tollerare il paradosso e trovare soluzioni innovative. L’eccessiva esposizione alla logica algoritmica rischia di “appiattire” il nostro pensiero, rendendolo più rigido, meno creativo e meno capace di affrontare la complessità del mondo reale.

Questo meccanismo si riflette nella profilazione, sia sociale che algoritmica. Quando incontriamo una persona, osserviamo elementi superficiali come aspetto fisico, abbigliamento, modo di parlare, età, etnia, professione, tendendo a creare un’etichetta personale e sociale. Le nostre aspettative e i nostri pregiudizi (bias cognitivi) influenzano il modo in cui interagiamo con gli altri, manifestando aspettative che l’altra persona può essere indotta a confermare. In nome dell’approvazione altrui, ognuno di noi può essere portato a conformarsi alle aspettative, rinunciando a parti di sé e limitando la propria autenticità per paura del giudizio e dell’esclusione. Similmente, gli algoritmi raccolgono dati su di noi – ricerche online, acquisti, interazioni social, spostamenti – per categorizzarci in base a presunti interessi, preferenze, orientamenti e comportamenti. Sulla base di questa categorizzazione, ci mostrano contenuti “personalizzati” che rinforzano la nostra appartenenza a un determinato profilo, creando un circolo vizioso di conferma e auto-convalida. Tutto ciò collude con il nostro bisogno di semplificare la realtà, un approccio più facile ed ergonomico rispetto all’esplorazione della complessità interiore ed esteriore. Come viene sottolineato nel saggio “Ipnocrazia” firmato da un ipotetico filosofo giapponese ma che in realtà è stato successivamente rivelato come creato dall’intelligenza artificiale: “L’algoritmo promette di aiutarci a comprenderci meglio, ma per farlo elimina da noi tutto ciò che non è quantificabile. Pur di comprenderci ci mutiliamo“.

La radice di questo approccio riduzionista può essere rintracciata nella storia della scienza, presupposto della tecnica. Il fisico Heinz von Foerster ci ricorda che il termine “scienza” deriva dal latino scientia, che contiene la radice indoeuropea skei, riferita ad attività come “separare”, “distinguere”, “prendere da parte”. Insita nell’etimologia vi è la visione che riduce l’intero alla somma delle sue parti, ognuna separabile per comprendere la totalità. Tra il XVI e il XVII secolo, i pensatori erano animati dalla certezza dell’esistenza oggettiva della realtà e dalla possibilità di ricostruire l’ordine dell’universo, introducendo una visione quantitativa della realtà. Secondo Newton, tutto era governato da forze meccaniche cieche, con un moto regolato da leggi meccaniche di causa ed effetto in uno spazio e tempo assoluti, ovvero “sciolti da ogni legame” e indipendenti da ogni relazione. La base filosofica di tale determinismo era la divisione tra io e mondo introdotta da Cartesio. Anche la nascita della psicologia ha risentito di questa impostazione. La prima forza, quella comportamentista, considerava il comportamento, in quanto unica cosa osservabile, che considerava come determinato da cause esterne ma riprogrammabile, riducendo l’essere umano alla res-extensa cartesiana.

La seconda forza, quella dinamica, vedeva la persona come determinata dalla dimensione interiore inconscia biografica, dove il passato determina il presente. Inoltre operativamente si riteneva che l’operatore, grazie all’interpretazione, potesse dedurre molto da un singolo dato (riduzionismo).

Tuttavia, la scienza stessa ha incontrato la complessità. Nel 1905, Einstein formulò la teoria della relatività, secondo la quale ogni fenomeno osservato dipende dalla posizione dell’osservatore, facendo cadere la separazione cartesiana tra io e mondo e la visione oggettiva assoluta. Questi studi portarono allo sviluppo della fisica quantistica per la quale la materia è un campo di energia dove le particelle sono stati quantistici creati dalla relazione. Questo ha innescato un cambio di paradigma: dalla causalità lineare (input-output prevedibile) a una non-lineare, dove il risultato è imprevedibile e la risposta a un input può variare in un range di output possibili in base alle interazioni con il contesto. Dal riduzionismo (elementi indipendenti) si è passati a una visione olistica (elementi interdipendenti), dove le interazioni manifestano qualità non legate alle parti ma al sistema, chiamate proprietà emergenti. Se nel mondo deterministico la causalità è unidirezionale (causa-effetto), in un contesto interdipendente, gli elementi creano una relazione circolare dove gli effetti non sono necessariamente proporzionali alle cause come suggerisce l’effetto farfalla.

Per fare ordine in questa complessità, consideriamo che una grande fetta delle nostre azioni è dovuta ad abitudini, automatismi suddivisi in segnale, routine e gratificazione. Il cervello, attivando meccanismi automatici, risparmia energia ed è programmato per trasformare in certezza ciò che è incerto, per evitare eccessiva paura e indecisione. Allo stesso tempo avere a disposizione solo una visione semplificata non fornisce un quadro completo della realtà. Lo psicologo Kahneman ci insegna che abbiamo a disposizione sia pensieri veloci che lenti. Il pensiero veloce, automatico e inconscio, è fortemente influenzato da fattori deterministici come condizionamenti passati, bias cognitivi, euristiche e influenze esterne. Il pensiero lento è invece la chiave per esercitare la nostra libertà e autonomia: permette di riflettere criticamente, valutare le informazioni in modo obiettivo, prendere decisioni consapevoli e ponderate nonché resistere alle manipolazioni esterne. Questa dualità si ritrova anche nelle espressioni scientifiche: la visione deterministica della fisica classica riflette il desiderio umano di controllo e prevedibilità, il piacere di pensare a un mondo ordinato e dominabile. La fisica quantistica, invece, ci costringe ad accettare l’incertezza, l’indeterminismo e la complessità come aspetti fondamentali della realtà, invitandoci a rinunciare al bisogno di controllo assoluto e ad abbracciare una visione più aperta e flessibile, applicabile alla scienza in generale nelle sue visioni deterministica e sistemica.

Occorre quindi una gestione consapevole delle due visioni, senza farsi possedere dalla semplificazione. La modalità analitica diventa presuntuosa quando immagina di prevedere il futuro sviluppo, dimenticando che i sistemi complessi evolvono per “emersione”. “Le proprietà emergenti sono una caratteristica dei sistemi complessi. Queste si riferiscono a ciò che può emergere quando un certo numero di elementi si relazionano in un determinato ambiente, manifestando comportamenti complessi in quanto collettività” (Il cerchio della vita). L’identità umana è un intreccio relazionale complesso fatto di “caratteristiche innate della persona, il modo in cui ha risposto ai vissuti precedenti e ai contesti con i quali ha interagito, l’attaccamento e l’identificazione che ha messo in campo ed in più il suo essere, oggi, la risultante di tutto questo, in relazione con l’attuale contesto, fatto di cultura d’appartenenza, rete sociale e tanto altro ancora, compresa la propria vera natura che spinge per essere riconosciuta e realizzata” (Il cerchio della vita). I modelli sono ricostruibili solo ex post, non ex ante. Anche Federico Faggin nel suo libro Irriducibile ci ricorda che “c’è un divenire nell’universo, e il futuro non è assolutamente predicibile, nemmeno da Uno“, ovvero dal sistema globale nella sua interezza.

La risultante di queste complesse interazioni non è un’identità statica, ma un’identità processuale, proprietà emergente della relazione e pertanto dinamica, in costante relazione con la dimensione interna conscia ed inconscia, gli introietti sociali, le credenze e altro ancora. Tale stato di consapevolezza non è sempre attivo ma può essere liberato attraverso la crescita personale. Questo perché durante la vita sviluppiamo un ego, una struttura di idee su noi stessi e il mondo, strategie di sopravvivenza: un’entità statica di ciò che pensiamo di essere, tenuta stabile dall’identificazione all’interno dello stato di coscienza ordinario. I nostri automatismi sono riconducibili alla struttura egoica, una vera e propria programmazione che porta al funzionamento deterministico caro alla fisica classica. L’espressione libera, invece, ha a che fare con la nostra vera natura, il nostro vero sé, la parte autentica che ci riporta a una dimensione sistemica, complessa e relazionale. Sebbene il primo sia una struttura e il secondo ciò che siamo realmente, quando diciamo “io” intendiamo quasi sempre il primo. Perché? Il vero punto della questione è l’identificazione: farsi-identici alla struttura e all’immagine in essa contenuta. Essendo l’immagine e i suoi contenuti tendenzialmente statici (“sono fatto così”), i comportamenti che derivano da questo atto di uniformazione sono ripetitivi, reattivi, meccanici e deterministici. Il nostro funzionamento principale è dato da questo pilota automatico che, in assenza di un processo di consapevolezza metacognitivo, è quasi sempre attivo, spiegando la quota deterministica del nostro comportamento. Per ridurre tale quota, un percorso di counseling potrebbe essere d’aiuto.

Per scollegare il pilota automatico (pensiero veloce) e prendere in mano i comandi (pensiero lento), è necessario un percorso di crescita che dia la consapevolezza che le decisioni le sta prendendo un automatismo e la capacità di scollegarlo. Utile si rivela la modificazione dello stato di coscienza, poiché quello ordinario è terreno fertile per la programmazione egoica. Fondamentale è la presenza coltivata con la mindfulness, perché è nella presenza che il libero arbitrio diventa possibile, liberandoci dalla schiavitù del passato e dalle ansie per il futuro. Il processo relazionale del counseling può aiutare nell’emancipazione dagli automatismi. Il counseling lo definisco come “un processo relazionale, soggettivo, circolare e fenomenologico tra un io e un tu, volto ad ampliare il campo percettivo e ad abbracciare la complessità per permettere al cliente di muoversi sempre più liberamente, consapevolmente e responsabilmente verso l’autorealizzazione“. Counselor e cliente interagiscono senza disegni precostituiti, ma si auto-organizzano con il counselor che facilita l’attivazione del cliente, il quale ricercherà alternative e soluzioni.

Il modo di relazione del determinismo è eidos, la modellizzazione di un piano ideale ed come navigare a motore. Quello della complessità e del libero arbitrio è metis, l’approccio di Ulisse che, essendo polytropos (dai molti ingegni, ovvero transdisciplinare), si orienta in base alla situazione del momento, valutando anche le possibili interconnessioni ed evoluzioni future. Quando navighiamo a vela, come nella complessità, non possiamo decidere la direzione del vento o delle correnti, ma possiamo metterci in ascolto, valutare il potenziale della situazione ed orientare al meglio le vele. Come dice Antonio Machado: “Viandante, non c’è cammino. Il cammino si fa andando“.

Con questa visione e questo modello in vista di un futuro complesso e in rapido cambiamento abbiamo messo a sistema due percorsi. Il primo è pensato trasversalmente per tutti i tipi di professionisti. L’abbiamo intitolato “Una S.C.A.L.A. per il Futuro” e lo abbiamo incentrato su cinque elementi che ritieniamo centrali: Soft Skills, Complessità, Azione, Learning, Adattamento. Il secondo è specifico per i professionisti del nostro settore. Per i Professional Counselor abbiamo pensato un percorso di “Senior Counseling”, per apprendere ad avviare nei clienti un processo di esplorazione personale capace di en-attivare la moltitudine delle risorse interiori. Abbracciare la complessità, coltivare la consapevolezza e riscoprire la nostra natura relazionale diventano imperativi per navigare le sfide del presente e per co-creare un futuro in cui l’umanità possa esprimersi completamente, tra libertà e consapevole interazione con le programmazioni interne ed esterne.

Autore: Fabrizio Rossi

Dottore in Filosofia, Counselor, Formatore e Supervisore CNCP. Direttore LASU Parma. Autore di “Tutto è Relazione, la visione olistica del counseling” (ed. Crisalide) e “Il cerchio della vita, l’importanza dei riti di passaggio nella crescita personale” (Ed. Albatros). Info: www.lasu.it

Bibliografia

Colamedici, Xun, Ipnocrazia, Tlon, 2024
Cravera, A., Allenarsi alla complessità, Egea, 2020
Faggin, F., Irriducibile, Mondadori, 2022
Kahneman, D., Pensieri lenti e veloci, Mondadori, 2020
Morin, E., La testa ben fatta, Cortina, 1999
Rossi, F., Tutto è Relazione, una visione olistica del counseling, Crisalide, 2019
Rossi, F., Il cerchio della vita, Albatros, 2023