C’è bisogno di senso della complessità
C’è bisogno di senso della complessità
di Pierluigi Fagan
Il senso dell’umano è nella nostra peculiare mentalità, il senso della complessità è oggi più che mai il miglior modo di organizzarla.
Uno dei più grandi paleoantropologi, Ian Tattersal, raccontava[1] di uno scavo africano di 2 milioni di anni fa (Homo habilis) in cui si è trovato un numero enorme di pietre, alcune intonse, altre appena scheggiate, altre rotte, altre semifinite, molte finite per l’uso del tempo (tagliare erba e vegetali, scarnificare ossa di prede di predatori più forti e feroci degli umani). Il numero dava da pensare, sia perché era chiaro che non erano lavorate per l’uso immediato, sia perché presupponeva un gruppo sociale di una consistente dimensione. Ma la cosa più enigmatica era un’altra. Non c’era alcun deposito naturale di quel tipo di pietre nelle vicinanze. Il più vicino era a 12 km, una giornata di cammino. Non è l’unico caso, più passa il tempo, più scaviamo, più testimonianze abbiamo del tempo profondo, più la nostra semplificata visione delle “origini” cambia.
Per ricostruire la questione, bisognava presupporre che – comunicando tra loro chissà come – uno o alcuni di questi proto-umani abbia prima fatto l’inferenza, poi comunicata e condivisa con altri, del tipo: “SE andiamo assieme al deposito di pietre a quasi un giorno di cammino e ognuno di noi ne prende un po’ e le portiamo qui per lavorarle assieme a gli altri, ALLORA ci facciamo un bel deposito di questi strumenti che sappiamo ci servono tutti i giorni molte volte al giorno e perdono il “filo” di raschiatura dopo pochi utilizzi per cui ce ne vogliono tante”. Naturalmente tutto ciò qui è eccessivamente razionalizzato, si sarà trattato invero di un tipico processo per “tentativi ed errori” protratto nel tempo e nessuno mai ha davvero “pensato” e poi “comunicato” al tempo l’intero ragionamento tutto in una volta. Tuttavia, la razionale del processo sembra esser quella.
Altri animali usano strumenti presi in natura, ma nessuno li prende così lontano dall’immediato utilizzo, li lavora assieme, ne fa un deposito in previsione di un utilizzo futuro. Lì, l’animo umano, mostra la riflessività con un ragionamento in vista dell’azione anche non immediata, con più variabili e interrelazioni, steso su un arco di tempo.
Sembra esser questo il punto decisivo di differenza tra la linea evolutiva nostra e quella di molti altri animali, primati (della cui famiglia facciamo parte) inclusi. Se volessimo semplificare, sarebbe questo il primo “senso dell’umano”. Come ebbe a dire Viktor Frankl: “Tra stimolo e risposta c’è uno spazio ed è lì che risiede la nostra facoltà di scegliere come reagire […] ciò da cui dipendono la nostra crescita e felicità”[2].
Questo “spazio mentale” sembra essere l’elemento più profondo e distinguente del nostro essere, ciò che nonostante la discendenza filetica da primati e mammiferi, ci distingue da loro. Da lì, intenzionalità, pensiero, giudizio, coscienza di esser coscienti, cultura, civiltà, storia e molto altro, nella doppia accezione, individuale e sociale. In effetti, l’intero genere andrebbe ri-categorizzato come genere socio-cognitivo. Indubbiamente ereditiamo dalla discendenza primate e mammifera la socialità, altrettanto indubbiamente questo nostro peculiare “spezio mentale “della cognizione, è ciò che ci precisa e distingue più appropriatamente.
Certo da quei lontani discendenti di più di 2 milioni di anni fa, molte cose sono cambiate. Il volume cranico e per riequilibrio, l’intera complessione muscolo-scheletrica, necessariamente anche la qualità dell’azione umana, individuale e di gruppo. Tuttavia, a differenza di chi vede l’umano propriamente detto emergere tardi con la nostra specifica specie Sapiens, la linea di lungo periodo di quella che chiamiamo “evoluzione”, vede nella più antica formazione di quello “spazio del mentale” la prima biforcazione decisiva, l’essenza del genere.
Pochi giorni prima di morire, papa Francesco ha scritto al “Corriere della Sera” una lettera[3] che invitava ad un più meditato uso delle parole, dei concetti, degli elementi che vanno poi a formare il dibattito pubblico. Bergoglio chiosava con: “c’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità”. Non v’è dubbio che chi coltiva il “senso della complessità” sia maggiormente incline a riflettere con attenzione da cui anche, forse, atteggiamenti più pacati nel sostenere idee o complessi di idee. Complessità nelle conoscenze e nel pensiero, significa cercare di individuare il maggior numero di variabili e di interrelazioni, molte non lineari, che legano tra loro tali variabili che vanno poi a comporre un fatto, un fenomeno, un complesso di idee. Volendo manipolare un po’ la definizione di complessità data dal grande matematico russo, A. N. Kolmogorov, la complessità di qualcosa si deduce dalla lunghezza della sua stringa di descrizione, più è complessa, più lunga è tale stringa.
Nella “cultura complessa” conosciamo questa vocazione come anti-riduzionismo, evitare di prendere solo un pezzo della cosa e del fenomeno e farne un tutto, isolare la cosa o il fenomeno dal suo contesto -sia spaziale che temporale-, subordinare l’analisi di cose o fenomeni complessi ad una sola disciplina o, peggio, una singola teoria (o variante di teoria). Da qui anche la vocazione multi-inter-transdisciplinare che informa questa cultura. Infine, non pretendere come standard una precisione quale si ha nelle cose e nei fenomeni più semplici e collocare sempre cose e fenomeni nella storia più generale.
Dalle nuove frizioni geopolitiche alle complesse interrelazioni economico-finanziarie, dalle migrazioni spinte anche da asimmetrici andamenti demografici alle questioni ecologico-ambientali-climatiche e le nuove inquietanti performance info-tecno-digitali di questa nostra tumultuosa contemporaneità, si mostrano crescenti livelli di complessità che però stanno generando risposte poco riflessive, poco pacate e prive di “senso della complessità”.
Siamo in transizione storica verso la nuova Era Complessa[4], siamo sottoposti a dosi crescenti di pressioni e sollecitazioni, come individui e come società, specie le società occidentali. Mostriamo pericolose tendenze a forme di reazione agli stimoli sempre più compulsive, sembra ci sia sempre più estraneo il “senso della complessità” proprio ora che tale complessità cresce vertiginosamente. Ciò aumenta enormemente il nostro rischio di dis-adattamento al mondo nuovo. Comprimere troppo lo spazio tra stimolo e risposta, sopprime l’umano, sacrifica l’auto-coscienza, impoverisce la conoscenza, diminuisce le nostre facoltà adattive.
Per questo, come Festival che intende promuovere la “cultura della complessità” nei suoi vari aspetti, dedichiamo questa XVa edizione alla riflessione sull’umano, sull’essere ciò che ci fonda, quello spazio mentale da cui poi sgorgano i nostri tanti modi essere, pensare, fare. Lì c’è l’umano e lì c’è bisogno di maggior “senso della complessità” se vogliamo cercare il necessario adattamento a un mondo in transizione alla nuova Era complessa.
Come invitava a fare l’antica sapienza greca “conoscere noi stessi” è il fondamento di ogni altra conoscenza, il primo passo; il secondo è riempire il più profondo senso dell’umano che è il cognitivo, di “senso della complessità”.
[1]Tattersal, I., I signori del pianeta, Codice edizioni, Torino, 2021, pp. 76 e 140
[2] Siegel, D.J., I misteri della mente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017, p.235
[3] https://roma.corriere.it/notizie/politica/25_marzo_18/papa-francesco-lettera-corriere-esclusiva-4917a7c9-d4ce-448f-981d-36e9b79dexlk.shtml
[4] Fagan, P., Benvenuti nell’era complessa, Diarkos editore, 2025
