Gli inganni del semplice
di Pierluigi Fagan
Semplice, in filosofia, è “ciò che è privo di varietà ed è privo di parti”. Nella logica terministica medioevale (Ockham) ha equivalente in “incomplexum” ovvero “non composto”, quindi l’esatto opposto di complesso. Per Leibniz semplice era la monade un Uno privo di parti. Altresì per semplificazione s’intende il rendere economico il concetto o la teoria, ogni riduzione del numero e complessità dei concetti adoperati a spiegazione di qualcosa.
Nei secoli dello sviluppo della nostra conoscenza, sebbene abbiamo più e più volte immaginato l’esistenza di qualcosa di veramente “semplice” e sebbene si sia teso pervicacemente a semplificare il più possibile, invero non abbiamo mai incontrato qualcosa che esiste e che possa dirsi davvero “semplice”. Si può dire che qualcosa è più semplice di qualcos’altro, comparativamente, ma pare noi non si possa fare un solo esempio di una cosa davvero semplice, cioè non scomponibile, del tutto decorrelata da altro, eternamente uguale a se stessa.
Sembrerebbe allora che la “questione del semplice e del complesso” sia più una relazione. Una relazione tra noi esseri umani con grandi ma al contempo limitate facoltà mentali e la consistenza naturale delle cose che sono, la cui tendenziale complessità esubera sistematicamente dalla nostra facoltà di trattarle. Semplice e semplificare, sembrano allora essere le procedure mentali che ci sono necessarie per far entrare il complesso del mondo nel più limitato spazio delle nostre menti. Semplificare quindi ci è necessario, ma il come e quanto farlo va controllato poiché riducendo il complesso al semplice scegliamo sempre di perdere qualcosa della realtà. La nostra mente si è evoluta proprio per farci percepire e comprendere la realtà per favorirci l’adattamento quindi cosa scegliamo di perdere nella sua percezione e spiegazione, deve esser controllato.
Troppo spesso infatti, non solo obbediamo alla legge della limitazione oggettiva delle nostre facoltà mentali, ma vi aggiungiamo schemi a priori che deriviamo da credenze, ideologie, paradigmi, preferenze, singole quanto parziali esperienze che ci portano a convinzioni e giudizi che applichiamo come fossero gli unici possibili o decisamente i migliori. Ci affezioniamo ai funzionamenti di questa nostra mentalità, ma non è detto sia la più giusta, o corretta o utile per approcciare determinati fatti di realtà. Purtroppo, tale mentalità è la nostra identità e sull’argomento, abbiamo qualche comprensibile difficoltà a rimettere sempre e tutto in continua discussione.
Capita però che vi siano momenti storici come quelli che stiamo vivendo e sempre più vivremo, in cui il totale di realtà che chiamiamo “mondo”, si mette in moto agitato da profonde e continue trasformazioni. Se tale movimento trasformativo, come sembra, è molto profondo e per molti versi epocale e noi lo percepiamo, analizziamo e giudichiamo con mentalità che ereditiamo da tempo passati, con schemi mentali profondamente radicati non solo nella nostra singola mentalità ma anche in quella condivisa, cioè sociale, c’è il forte rischio che noi si fallisca l’adattamento al modo nuovo di esser del mondo. Il mondo è nuovo ma noi lo pensiamo con mentalità vecchie, a volte addirittura antiche.
Semplificare quindi è una necessità, ma questo richiamo ineludibile può esser ingannatorio poiché ci dice di farlo ma non come farlo. Il come farlo ce lo dice la nostra cultura e qui non c’è nessuna necessità che la sua forma sia semplice e non invece un po’ più complessa. Era più semplice ancora cinquemila anni fa, poi sempre un po’ più complessa lungo lo svolgersi della storia. Si pensi solo ai Greci o alla nascita della scienza che si emancipò dalla teologia e filosofia, poi si diramò in molte discipline, o quando nacque un nuovo enorme campo intermedio delle così dette scienze umane o sociali, pur continuando a permanere il sapere umanistico, religioso, artistico. Così per le logiche, i linguaggi, le teorie, le aspettative di certezza che in molti casi abbiamo imparato a contenere dentro i limiti della statistica o degli inquadramenti a gran grossa che acquistano in ampiezza perdendo in precisione.
L’edizione di quest’anno del Festival della Complessità è dedicato alla riflessione su questa operazione di maggior o minor semplificazione ed ai pericoli connessi al come tendiamo a farlo in forme irriflessive che non sono aggiornate alla nuova, crescente, complessità della realtà, del mondo in cui viviamo.
